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Il filo e la perla

Venerdì 26 giugno, a partire dalle 9.30 alle 12, Palazzo dei Giureconsulti di Milano ospita "Made in Italy oltre la tradizione", l'evento organizzato da ilGiornale e Moneta. L'evento è ad accesso libero fino a esaurimento posti previa iscrizione cliccando a questo link.

Il filo e la perla

Venerdì 26 giugno, a partire dalle 9.30 alle 12, Palazzo dei Giureconsulti di Milano ospita "Made in Italy oltre la tradizione", l'evento organizzato da ilGiornale e Moneta. L'evento è ad accesso libero fino a esaurimento posti previa iscrizione cliccando a questo link.


C’è una notte, a Venezia, nel 1895, in cui la terra trema appena, l’eco di un disastro lontano che arriva fino alla laguna, e una pioggia di perle minuscole rotola sul pavimento di una casa di Castello, si infila nelle fessure, scivola sotto i mobili, mentre le donne, in ginocchio, al lume di candela, passano la notte a raccoglierle, perché quelle perline valgono la paga, valgono la fiducia della mistra, valgono il pane. Sono le impiraresse, le donne che infilano il vetro per pochi spiccioli, e la più piccola si chiama Lena, ha tredici anni e uno sguardo che non si rassegna al destino già scritto. Da qui parte L’isola dei fili perduti (Rizzoli), l’ultimo romanzo di Eleonora D’Errico, e da qui conviene partire per capire dove nasce un certo immaginario italiano, che non è la passerella, non è la vetrina, non è la sfilata, ma è il pavimento, sono le mani, è il filo. Perché D’Errico, prima di Lena, aveva raccontato Rosa Genoni, ne La donna che odiava i corsetti, e Rosa è la gemella milanese della piccola veneziana, dieci anni, la Valtellina alle spalle, il treno per Milano nel 1877, la sartoria della zia, il mestiere di piscinina, le consegne troppo pesanti, gli orari interminabili. È la bambina che diventa la sarta che inventa il Made in Italy, l’idea che la moda non debba essere la copia obbediente di Parigi ma qualcosa che venga dai dipinti del Rinascimento e dai fiori delle Alpi, e che insieme libera il corpo delle donne dal corsetto, dalla gabbia, dal vitino da vespa tirato a più non posso. Due donne, due città, due fili. Milano che inventa, Venezia che resiste. Lena, dopo il terremoto, lascia la calle e va a servizio a Ca’ Cappello, sul Canal Grande, nella casa di una nobildonna inglese, Lady Enid Layard, e lì dentro scopre un mondo che non sapeva esistere, fatto di artisti e di scrittori, di parole e di idee, di una Venezia decadente e bellissima che balla la sua Belle Époque mentre poco più in là, alla Giudecca, le fabbriche brulicano e fumano. È il vecchio scarto italiano, il salotto e l’officina, il merletto e la caldaia, e Lena ci sta nel mezzo, con le mani buone a infilare perle e la testa che impara a leggere il mondo, finché capisce, prima di tutti, che la dignità non te la regala il palazzo, te la prendi tu, mettendoti in fila con le altre.

Qui sta il cuore del nostro immaginario nazionale, che il Made in Italy, l’unica industria che il mondo ci invidia senza riserve, non nasce nei salotti ma nelle botteghe, non dal privilegio ma dal lavoro, non dalla seta ma dall’ago, dalle bambine mandate a imparare un mestiere a dieci anni. È una bellezza che viene dal basso, dalle mani prima che dalle idee, dal talento di chi non aveva niente e si è costruito tutto, ed è quasi sempre una storia di donne che si sono prese il loro posto senza chiedere permesso. D’Errico fa allora la cosa più semplice e più giusta, restituire un nome a chi non l’aveva, Rosa che il nome ce l’aveva e la Storia gliel’aveva sfilato di mano, Lena che il nome non l’ha mai avuto e finisce per diventare il nome di tutte. C’è però una differenza. Rosa Genoni è l’individuo che inventa, la genialità che si fa impresa, la sarta che firma l’abito Tanagra e si guadagna da sola il posto nel mondo, contro tutti. Lena è il coro, la prima Lega delle impiraresse, la dignità che si conquista insieme, uno sciopero dopo l’altro. Sono i due volti della stessa medaglia italiana, il genio solitario e la solidarietà operaia, chi mette su bottega e chi organizza il sindacato, e D’Errico li tiene insieme senza farne ideologia, perché sa che la libertà di una donna comincia sempre da qualcosa di concreto, un corpo che si può muovere, un salario che basta, un filo che non si perde nel buio. Eleonora D’Errico è giornalista e scrittrice, viene dalla comunicazione e dai social, racconta libri su un blog e su Instagram dove si firma la_derrick, ed è arrivata passo dopo passo, una favola per bambini nel 2009, poi L’amore sublime, poi La spirale del tempo, prima di trovare la sua vena vera, quella della Storia immaginata, della collana Historiae di Rizzoli, dove la ricostruzione d’archivio si fa romanzo. Scrive in prima persona, scava nei documenti, nelle fotografie, nelle monografie (Rosa l’aveva scovata in uno scatto del congresso per la pace del 1915), e poi cuce. Fa, in fondo, lo stesso mestiere delle sue eroine, prende un filo e lo passa nella cruna, mille volte, finché non ne esce un disegno. Resta la domanda che il romanzo non pone, e che riguarda noi più del 1895, chi raccoglie le perle quando la terra trema.

Perché la moda, diceva Rosa, è una cosa seria, serve a manifestare i propri ideali, e l’Italia che amiamo, quella che esportiamo e mettiamo in vetrina, è ancora fatta del filo invisibile di chi sta in ginocchio, al buio, a non perdere niente.

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