«Il Monte dei Paschi è una risorsa di grande valore per il Paese» e vale di più «di quei 30 miliardi di capitalizzazione che abbiamo». La sua «forza è nella rete di persone». Non è un caso che il ceo di Mps, Luigi Lovaglio, ricordi il valore di capitalizzazione di Borsa della banca, che si è sostanzialmente allineato al valore dell'offerta di acquisto e scambio avanzata da Intesa Sanpaolo che, per l'appunto, vale 30,6 miliardi. Il banchiere non può anticipare il consiglio d'amministrazione in programma giovedì 16 luglio che dovrà valutare l'offerta, ma trova un modo comunque per far trapelare il suo orientamento: la banca vale più di 30 miliardi. «É un'infrastruttura fortissima, ed è una combinazione di capacità dei colleghi ma anche di affezione e di comunità», aggiunge a proposito di Rocca Salimbeni. La linea difensiva di Lovaglio - che ieri è intervenuto a un evento a San Casciano dei Bagni (Siena) - fa ancora una volta leva sulla maggiore vicinanza al territorio, rispetto a quella che potrebbe offrire un gruppo molto grande che si verrebbe a creare dopo le nozze con Intesa (le quali prevedono anche lo spezzatino delle filiali a vantaggio di Unipol, che poi le fonderebbe con Bper).
Dopo essersi sbilanciato, l'amministratore delegato dell'istituto senese torna su una posizione più istituzionale: «C'è una regola che non permette di esprimersi sull'operazione, quello che posso dire è che ovviamente noi continuiamo nella nostra attività e valuteremo tutte le offerte formulate e tutte le opzioni per fare il bene della banca. Siccome fino a oggi ci ha guidato il senso di responsabilità e l'attenzione ai clienti, continueremo così. A tempo debito ci esprimeremo su questa operazione». Il banchiere, quando parla di altre offerte, fa riferimento alla proposta di aggregazione tra pari avanzata dal Banco Bpm, istituto con un primo azionista francese (Credit Agricole, che ne ha in pugno circa il 30%). Questa opzione potrebbe essere più facilmente preferita, anche perché darebbe a Lovaglio la possibilità di mantenere una ruolo di vertice, ma che di fatto consegnerebbe al Paese un grande istituto ma con un primo azionista transalpino.
Facile che le parole di Lovaglio siano una risposta a quelle del ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, che alcuni giorni fa si era pronunciato piuttosto duramente circa la possibilità di una Credit Agricole cavaliere bianco di Mps o di un inserimento di Unicredit (che nel frattempo ha preso il controllo di Commerzbank). Indiscrezioni di stampa avevano ipotizzato un asse Mps-Generali per sfuggire alla morsa della prima banca italiana per attivi. «Mi sento un uomo di mercato e ho fatto finalmente in questo Paese un'operazione di mercato», aveva detto Messina nel corso di un evento a Torino, «sono anche un italiano, quindi penso che sia importante guardare chi può garantire realmente l'indipendenza e la sicurezza nazionale degli asset strategici dell'Italia e possiamo essere solo noi, certamente non i francesi o i tedeschi». Una bordata che colpiva Lovaglio nella strategia comunicativa che aveva tenuto nelle settimane precedenti, quando alludeva a un possibile intervento Golden Power per preservare la capacità di far confluire il credito a famiglie e imprese.
Ma da Siena, Lovaglio dà l'impressione di avere ormai indossato l'elmetto: «Bisogna accettare le sfide e non dire siccome ho paura del
competitor gli salto addosso e lo faccio scomparire, sono cose che non vanno bene». Curioso che a dirlo sia il banchiere che ha firmato la scalata su Mediobanca, una tra le più grandi operazioni finanziarie della storia recente.