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Banche

Mps, mossa di Lovaglio. In cda ricetta anti-Intesa

Il ceo di Montepaschi riunisce oggi il consiglio d’amministrazione. Idea offerta su Banco Bpm e Banca Generali, ma può accendersi il faro Consob

Luigi Lovaglio Mps
L'Amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, 11 settembre 2025. +++FOTO DIFFUSA DALL'UFFICIO STAMPA - USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO - NON ARCHIVIARE - NON VENDERE - NON USARE PER FINI NON GIORNALISTICI - NPK+++

Nel poker il «buio» è una puntata fatta prima ancora di guardare le carte. Si mette denaro sul tavolo senza sapere davvero quanto valga la propria mano, confidando che l’aggressività della mossa basti a mettere pressione agli avversari. La mossa può spingere gli altri a ritirarsi ma trasformarsi rapidamente in un azzardo se qualcuno decide di vedere. Ed è esattamente il terreno sul quale sembra giocare l’ad di Mps, Luigi Lovaglio.

Per questa mattina è stato convocato un cda del Monte chiamato a esaminare nuove possibili contromosse all’Opas di Intesa Sanpaolo. La riunione conferma le indiscrezioni del Sole24Ore: l’ad starebbe lavorando a due operazioni straordinarie, una Ops su Banco Bpm e una su Banca Generali, come alternative alla proposta di Ca’ de Sass. Su Piazza Meda però si alzerebbero le barricate del Crédit Agricole, primo azionista con il 29,3%, mentre un’operazione sulla controllata del Leone richiederebbe necessariamente il consenso dei vertici di Trieste. A pesare è anche il precedente Mediobanca-Banca Generali del 2025, fermatosi proprio per la mancanza del necessario sostegno assembleare. Nel mazzo resta il jolly del 13% delle stesse Generali detenuto attraverso Mediobanca, che potrebbe essere ceduto in tutto o in parte per sostenere finanziariamente una controffensiva. Ma servirebbe l’ok del cda di Piazzetta Cuccia (che Lovaglio non controlla) e bisognerebbe schivare anche la mina golden power. Senza dimenticare i limiti imposti dalla passivity rule per portare avanti nuove operazioni straordinarie. Equita osserva che il rischio di esecuzione sarebbe sensibilmente più elevato rispetto all’Opas di Intesa e che la creazione di valore dipenderebbe da sinergie particolarmente ambiziose.

Lovaglio assume sempre più i tratti del gambler. Non quello che punta dopo aver calcolato tutte le probabilità, ma quello che alza continuamente la posta per tenere aperta la mano. Più aumentano le ipotesi sul tavolo, più cresce il rischio che il rilancio diventi fine a sè stesso con il mercato chiamato a prezzare operazioni delle quali non sono ancora chiari struttura, costi e tempi né i vantaggi per gli stakeholder. Nel poker il bluff funziona finché nessuno chiede di vedere. La recente riforma del Testo unico della finanza (Tuf) ha però introdotto all’articolo 102, comma 8, una versione italiana della «put up or shut up rule» britannica. Quando notizie o indiscrezioni relative a una possibile offerta diventano di dominio pubblico, la Consob può chiedere informazioni e documenti e soprattutto imporre al potenziale offerente di dichiarare entro un termine se intende davvero lanciare l’operazione. In caso di silenzio o diniego può scattare una temporanea interdizione dall’offerta sui titoli dello stesso emittente. La norma nasce proprio per evitare che rumor e fughe di notizie vengano utilizzati come leva tattica alterando i corsi dei titoli e creando asimmetrie informative. Una volta che le voci diventano pubbliche e rilevanti, il potenziale offerente deve assumersi la responsabilità di chiarire le proprie intenzioni. Per Mps il tema non è teorico: già a fine luglio, Consob aveva chiesto a Siena e Banco Bpm di fare chiarezza sulle voci di una possibile fusione, da Siena avrebbero risposto lo scorso 4 agosto senza però rendere pubblica la comunicazione. Sul tavolo verde della Borsa il confine tra trattative riservate, mandato del cda e informazioni price sensitive è sottile ma neppure il giocatore più scaltro può permettersi di superarlo.

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