Barbery in Giappone coglie "Una rosa sola"

Muriel Barbery è tornata con Una rosa sola, romanzo potente e realista, probabile nuovo bestseller sulle orme de L'eleganza del riccio.

Barbery in Giappone coglie "Una rosa sola"

Muriel Barbery è tornata con Una rosa sola (edizioni e/o, traduzione di Alberto Bracci Testasecca), romanzo potente e realista, probabile nuovo bestseller sulle orme de L'eleganza del riccio. In realtà non se n'era mai andata, da quel lontano 2002 in cui esordiva nel nostro Paese (in Francia nel 2000) con Una golosità, ventinove monologhi sontuosamente barocchi pubblicati da Garzanti. Poi è passata a e/o con cui, solo in Italia, L'eleganza del riccio ha venduto due milioni di copie, consentendole di realizzare la sua aspirazione di «vivere scrivendo». Una golosità diventava il più pretenzioso Estasi culinarie (Une gourmandise è il titolo originario). Seguivano i fantasy (anche se è riduttivo chiamarli così) Vita degli elfi e Uno strano paese e il recente I gatti della scrittrice. A guardar bene, tutte testimonianze di un cronico e irreversibile mal del Giappone di cui soffre l'autrice, che non è certo temporaneo innamoramento. Non a caso, a Kyoto la Barbery ha vissuto a lungo (come a Amsterdam e a Parigi), prima di trasferirsi nella campagna francese.

Una rosa sola è ambientato proprio nell'antica capitale nipponica, dove Rosa, botanica di madre francese, si reca per assistere all'apertura del testamento del padre giapponese mai conosciuto. L'opera può leggersi come l'anatomia della depressione della protagonista, ma anche come una sorta di fenomenologia dello spirito che felicemente approda alla coscienza di sé. Ciò accade grazie al Giappone e solo chi lo conosca e ami intimamente può concepirlo e comprenderlo. Né appare disgiunto da ironia. Vale tutto il libro, ad esempio, la formidabile battuta di Rosa, che paragona il Ryanji, il famoso tempio buddhista della scuola Myshin-ji, branca della scuola Rinzai del Buddhismo Zen, noto per il karesansui, giardino secco, formato da pietre, ciottoli e muschio, a «una gigantesca lettiera per gatti». Né è da meno il commento divertito alla citata battuta di Keisuke, poeta giapponese etilista: «Fanculo i preti zen».

Questa Rosa che conosce i fiori ma non li guarda, alla quale piacciono gli uomini ma li dimentica presto, «congelata» perché all'apparenza incapace di passioni e coinvolgimenti emotivi, odierà il Giappone a prima vista, quanto lo amerà una volta che l'abbia metabolizzato. La sua organizzazione, i cerimoniali, le gerarchie, la stessa bellezza della natura addomesticata dei giardini. Le occorrerà del tempo per comprendere che «il Giappone è un paese in cui si soffre molto, ma non ci si fa caso» e che «i giardini dove gli dei vengono a prendere il tè sono la ricompensa per l'indifferenza al dolore». Scoprirà l'amore, che con la morte è l'unica cosa che esiste. E l'avventura del cibo (da sempre con un ruolo essenziale nella poetica dell'autrice), la perfezione del sashimi, «frammento cosmico a portata del cuore», «né materia né acqua, sostanza intermedia che dell'una aveva conservato la presenza, la consistenza che resiste al nulla, e dell'altra aveva assunto la fluidità e la tenerezza miracolose», diceva in Una golosità. Qui, mangiando un polpo alla griglia, «la seta del mollusco le accarezza il palato, mentre nella mente le passano immagini di gatti, laghi e ceneri e, senza sapere perché, le viene voglia di ridere». La cerimonia del tè Matcha le acuisce i sensi, lasciandole «un'amarezza che si faceva lama e regalava un viaggio in contrade dimenticate». Insomma, l'opera descrive un viaggio di rinascita e insegna che, se non siamo pronti a soffrire, non siamo pronti a vivere.