Non sono i professionisti che scappano e abbandonano il campo per infortuni lampo a ferire di più. È lo spettacolo che vede protagonisti loro malgrado quattro ragazzi del vivaio, tre diciottenni e un sedicenne (Alberti, Giacalone, Martinelli, Patti), lasciati soli contro Trento, costretti a commettere falli uno dopo l'altro, plateali, premeditati, fino a esaurire il quorum. Quattro minuti e undici secondi. Partita chiusa dagli arbitri perché è rimasto un solo giocatore. Il copione era già stato recitato pochi giorni prima in Champions: sette minuti scarsi, un solo superstite.
Stessi protagonisti involontari, stessi falli sistematici, stessa vergogna. Questi ragazzi non sono lì per sbaglio, sono il vivaio, sono quelli che si allenano quando fa freddo, che sognano la Serie A h24, che studiano, ma quando sono sui libri, pensano sempre e solo al basket. Hanno lo scotch sulle maglie a coprire nomi di giocatori che non ci sono più. E invece di essere protetti, vengono sacrificati, usati come timer per spegnere l'incubo il prima possibile. Ogni fallo è un pezzo di illusione che si spezza, disimparano che nel basket a volte si vince perdendo apposta. Che si può essere costretti a sporcarsi per salvare la faccia di chi dovrebbe proteggerli. Che il sogno può diventare strumento di una resa adulta.
I grandi vanno via, litigano per soldi, firmano altrove, è il mestiere.
Ma qua parliamo di tradimento verso chi ha creduto. Trapani ha fallito in tutto: conti, gestione, dignità e in più nell'aver preso i sogni di ragazzini e averli usati come silenziatore di una vergogna da grandi. Non si rubano i sogni dei ragazzi. Mai.