Gentile direttore Feltri,
in queste ore sta circolando sui social un video che mi ha lasciato francamente senza parole. Il magistrato Henry John Woodcock, parlando del processo penale, afferma testualmente: Il processo serve a dimostrare non la colpevolezza ma l'innocenza dell'imputato.
Confesso che questa frase mi ha turbato. Da semplice cittadino avevo sempre pensato che, in uno Stato di diritto, fosse lo Stato a dover dimostrare la colpevolezza dell'imputato e non il contrario. Che l'onere della prova spettasse all'accusa e che l'imputato fosse presunto innocente fino a condanna definitiva.
Mi sbagliavo io? Oppure qualcosa nel nostro sistema giudiziario si è capovolto?
Le chiedo: è questa la concezione della giustizia che dovrebbe rassicurare i cittadini italiani?
Cordiali saluti
Ivan Vizzari
Caro Ivan,
non ti sbagli affatto tu. Si sbaglia - e clamorosamente - chi sostiene il contrario. Il principio secondo cui un imputato è innocente fino a prova contraria non è un cavillo giuridico per addetti ai lavori. È il fondamento stesso della civiltà giuridica occidentale. Senza quel principio il processo non è più garanzia ma sospetto, non è più tutela ma inquisizione. Dire che il processo serve a dimostrare l'innocenza dell'imputato significa capovolgere completamente la logica dello Stato di diritto. Non è più l'accusa che deve provare la colpevolezza: diventa l'imputato che deve dimostrare di non essere colpevole. È un ribaltamento che ricorda più i sistemi autoritari che non una democrazia liberale. La nostra Costituzione è chiarissima: l'onere della prova è dello Stato. È il pubblico ministero che deve dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio la responsabilità penale di un cittadino. L'imputato non deve dimostrare nulla, se non difendersi da un'accusa. Quando però certe frasi vengono pronunciate da chi esercita la funzione giudiziaria, si capisce perché tanti italiani guardino alla giustizia con timore anziché con fiducia. Del resto non è la prima volta che sentiamo affermazioni di questo tipo. Mi sovvengono le parole, diventate celebri, pronunciate anni fa dal magistrato Piercamillo Davigo, il quale sostenne che «non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti». Ecco, questa frase - al di là delle intenzioni di chi l'ha pronunciata - racconta perfettamente un certo clima culturale: quello in cui il cittadino non è più un innocente da tutelare, ma un potenziale
colpevole da smascherare. È una mentalità pericolosa, perché sposta l'asse della giustizia dalla tutela delle libertà alla caccia al reo. In uno Stato di diritto la regola è semplice: si è innocenti fino a prova contraria. Se cominciamo a ragionare al contrario, allora il processo non è più uno strumento di garanzia ma un meccanismo di sospetto permanente.
E se la giustizia comincia a guardare i cittadini come possibili colpevoli in attesa di essere smascherati, significa che qualcosa, nel rapporto tra potere e libertà, si è incrinato. E non poco.Dobbiamo preoccuparci? Sì. Eccome!