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Borsa e mercati

L’autonomia strategica europea inizia dal cibo

Oggi il commercio alimentare non trasporta soltanto ricchezza, ma potere

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L’Europa ha finalmente preso atto che il mondo è cambiato. Parla di autonomia strategica, difesa comune, energia, materie prime critiche e intelligenza artificiale. Ma proprio quando la diagnosi sembra corretta, continua a proporre la terapia del passato. Se esiste un settore nel quale l’autonomia strategica dovrebbe essere assoluta, è il cibo. Eppure è proprio qui che la Commissione europea mette in discussione la Politica Agricola Comune, lo strumento che per oltre sessant’anni ha garantito la sicurezza alimentare del continente. La pandemia lo ha dimostrato con chiarezza: quando la crisi colpisce, ogni Paese protegge anzitutto il cibo dei propri cittadini. Oggi il commercio alimentare non trasporta soltanto ricchezza, ma potere. Le filiere agroalimentari sono diventate infrastrutture strategiche e la sicurezza alimentare è ormai parte integrante della sicurezza europea, al pari dell’energia e della difesa. Per questo considerare la PAC come una semplice voce di spesa è un errore strategico. Ogni euro investito nell’agricoltura europea rafforza l’autonomia dell’Unione; ogni euro sottratto aumenta la dipendenza da mercati instabili e da attori geopolitici che utilizzano il cibo come leva di pressione. La PAC va rafforzata non per difendere il passato, ma per costruire il futuro competitivo dell’Europa. Competitività significa innovazione. L’Italia dispone di un patrimonio straordinario: meccanizzazione avanzata, agricoltura di precisione, digitalizzazione, sensoristica, irrigazione intelligente, nuove biotecnologie e intelligenza artificiale applicata all’agricoltura. Il vero limite non è produrre innovazione, ma trasformarla rapidamente in capacità industriale e competitività internazionale. Per riuscirci serve una maggiore integrazione delle filiere. È questa l’intuizione che ha dato vita a Filiera Italia: un’alleanza tra agricoltori, industria alimentare, distribuzione, logistica, ricerca e imprese tecnologiche, nella quale qualità, innovazione e sostenibilità si rafforzano reciprocamente. Ma questa trasformazione richiede anche un altro ingrediente essenziale: la finanza. Servono capitali pazienti, capaci di accompagnare la crescita delle filiere e di sostenere gli investimenti necessari all’innovazione. In questo senso l’esperienza di Bonifiche Ferraresi e di BFI rappresenta un modello di assoluto interesse. Non una tradizionale holding agricola, ma una piattaforma capace di integrare produzione, ricerca, innovazione tecnologica, servizi e finanza, creando massa critica per centinaia di imprese italiane. Un ecosistema che rafforza la competitività del Made in Italy e che diventa anche uno strumento di cooperazione internazionale, favorendo sviluppo, trasferimento tecnologico e maggiore autosufficienza alimentare nei Paesi partner. È questa la direzione che l’Europa dovrebbe seguire. La nuova autonomia strategica non si costruisce contrapponendo agricoltura e industria, sostenibilità e competitività, innovazione e tradizione. Si costruisce mettendole finalmente a sistema.

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