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Borsa e mercati

Wall Street scommette 500 miliardi sull’IA

Nvidia si allea ai grandi fondi statunitensi per creare dei maxi data center. Intel punta a 20 miliardi di ricapitalizzazione per produrre nuovi semiconduttori

DAL BLOG DI WALL & STREET Occasioni da prendere al volo

Non importa quale sia il logo sulla bandiera, né quale filosofia industriale venga esibita nei comunicati stampa: nell’universo Big Tech esiste ormai un’unica stella polare ed è l’intelligenza artificiale. Attorno a essa ruota una massa d’urto finanziaria senza precedenti, una corsa agli armamenti infrastrutturali che sta letteralmente ridisegnando i confini di Wall Street. Eppure, dietro numeri che assomigliano sempre più a righe di bilancio inimmaginabili - che spesso superano il Pil di Stati interi - il paradosso di fondo resta immutato: investimenti giganteschi, strutturali e per certi versi sistemici che, almeno per ora, continuano a non mostrare ritorni economici proporzionali sui conti trimestrali.

L’ultimo segnale di questa frenesia arriva dall’alleanza tra il colosso Nvidia e i grandi nomi di Wall Street. Società come BlackRock, Blackstone, Goldman Sachs, Apollo e Kkr che hanno deciso di allearsi mettendo a punto un pacchetto di finanziamenti da oltre 500 miliardi di dollari - praticamente un quinto del Pil italiano. L’obiettivo è creare fondi dedicati per costruire le cosiddette «fabbriche di IA», megastrutture come il maxi data center da 10 gigawatt ipotizzato in Ohio per OpenAI. Un’operazione imponente che trasforma i chipmaker in veri e propri nodi finanziari, ma che spaventa i mercati per la natura circolare dei flussi: l’annuncio ha infatti finito per appesantire il titolo di Santa Clara, con una perdita di quasi 60 miliardi di capitalizzazione in una sola seduta.

La fame di liquidità e la corsa alle nuove tecnologie investe l’intero settore. Intel ha dovuto rivedere al rialzo il proprio piano di ricapitalizzazione, portando l’offerta azionaria da 15 a 20 miliardi di dollari per sostenere spese in conto capitale che supereranno i 20 miliardi nel 2026. Un’iniezione di risorse necessaria per la produzione di semiconduttori, che costa però cara agli azionisti in termini di diluizione del titolo.

In generale, secondo Morgan Stanley i cosiddetti hyperscaler (fornitori di cloud) spenderanno circa 3,5 mila miliardi di dollari tra il 2026 e il 2028. E un simile fabbisogno di capitale ha costretto i gruppi tecnologici ad attingere a ogni fonte di liquidità a loro disposizione, compresi i mercati azionari pubblici e il credito privato. Solo per fare un altro esempio, la caccia alla potenza di calcolo spinge persino le aziende di modelli generativi a colonizzare l’infrastruttura delle criptovalute. Anthropic è infatti pronta a chiudere un accordo da 9,1 miliardi di dollari con Riot Platforms per garantirsi la capacità energetica di un ex campus per il mining di Bitcoin in Texas.

In questo scenario dominato da bollette elettriche record e cifre difficili anche solo da immaginare, Mark Zuckerberg prova a cambiare narrazione. In un saggio di 6.500 parole, il Ceo di Meta ha celebrato l’open source e il lancio dei nuovi modelli Muse come l’unica via equa per evitare oligopoli sulla superintelligenza. La chiave, ha scritto, sta nel trovare un equilibrio che garantisca che l’IA avanzata sia «ampiamente distribuita» per dare potere a miliardi di persone in modo equo. Una visione però quasi utopica che non è in grado di spostare la sostanza economica: per dare «superpoteri» a ogni cittadino servono comunque trilioni di dollari. La scommessa della tecnologia sembra ormai totale e senza paracadute, ma la domanda che si aggira tra gli analisti resta sempre la stessa: quando si comincerà a fatturare davvero? Senza dubbio, oggi non è ancora quel momento.

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