Bossi chiude la porta: «Al di sopra del Po niente patti con l’Udc»

RomaIl Piave mormorava «non passa lo straniero». Per Umberto Bossi sopra il Po invece non deve passare Pier Ferdinando Casini.
Se c’è una cosa che unisce profondamente il leader leghista ed il premier Silvio Berlusconi è la diffidenza nei confronti dell’ex alleato centrista, nutrita da un’istintiva antipatia per la gestione cerimoniale della politica praticata da Casini, ex democristiano mai pentito.
Così ieri, per fugare qualsiasi dubbio, se mai qualcuno ne nutrisse ancora, Bossi ha sbattuto la porta in faccia ad eventuali alleanze con l’Udc. «Se Casini vuole fare accordi con la Lega al di sopra del Po, per lui non c’è spazio», tuona il ministro delle Riforme.
«Casini vada da solo, visto che si ritiene così forte. Vada da solo a vedere quanti voti prende». È la sfida lanciata dal Senatùr che a questo proposito non ha dubbi: Casini, dice, «è uno che fa molte chiacchiere e pochi fatti, e soprattutto pochi numeri».
Insomma, fosse per Bossi non ci sarebbe nemmeno bisogno di discuterne nell’Ufficio di presidenza fissato per domani a Palazzo Grazioli: di Casini lui non sente affatto il bisogno.
Il patto con la candidata del Pdl nel Lazio, Renata Polverini, salvo sorprese dell’ultim’ora, però sembra cosa fatta. Ma anche ci fosse un’intesa strategica tra il presidente della Camera attuale, Gianfranco Fini, ed il suo predecessore la situazione per Bossi non cambia. «Che siano amici (Fini e Casini ndr) mi sembra vero - commenta il leader leghista -. Però alla fine contano i voti, uno può anche sognare, ma contano solo i voti».
E i voti non li hanno Fini e Casini, ma Bossi e Berlusconi. Dunque, chiede il Senatùr, perché mai il suo partito dovrebbe scendere a patti con Casini che «ha detto di no al federalismo fiscale e agli aiuti per gli allevatori?». Impossibile governare «con chi tutti i giorni la pensa in maniera diversa», taglia corto Bossi.
Se mai dovesse esserci uno sconfinamento dalle zone di appartenenza tradizionali sarà la Lega ad allargare i propri consensi anche al di sotto della linea del Po, profetizza il leader leghista. «Per ora siamo una forza padana, quella è la nostra natura - dice -. Ma siamo anche una forza politica che tutti vogliono, infatti ci chiamano in tutte le regioni perché sanno che non facciamo accordi con la mafia, siamo per i cambiamenti e non ci sporchiamo le mani». Insomma «una forza politica popolare» che usa «argomenti forti perché li pesca direttamente dalla gente».
E la forza della Lega non sarà mai motivo di attrito con il Pdl perché, assicura Bossi, con Berlusconi «c’è un accordo di ferro» ed anche un eventuale sorpasso della Lega in Veneto «non cambierebbe niente». Ovviamente la sparata di Bossi non può che dispiacere a Casini. La scelta dell’Udc, accendere alleanze locali di regione in regione a seconda delle convenienze o con Pdl o con Pd, potrebbe farli ritrovare di nuovo da soli. Di due forni non ne rimarrebbe acceso neppure uno.
Dunque Casini attacca e accusa Bossi di «arroganza». «Il problema è questo atto di ulteriore arroganza della Lega, che non solo pretende di avere le regioni del Nord, ma anche di determinare le alleanze al Sud - dice Casini -. Un problema che il Pdl dovrà risolvere». Insomma, per il leader centrista il problema di Berlusconi sarebbe Bossi perché «pretende di dettare le alleanze non solo al Nord, dove noi non siamo disponibili a fare alleanze con loro e loro non sono disponibili a farle con noi, ma anche al Sud del Paese. Nessuno può pretendere da noi che tradiamo i nostri elettori facendo un’alleanza nazionale con il Pdl».
Interviene il coordinatore del Pdl Ignazio La Russa a rassicurare Casini. Il problema non è Bossi perché, dice il ministro della Difesa, «siamo noi in questo momento a non essere disponibili ad un’alleanza nazionale con l’Udc». È Casini che deve dire se è disposto a fare accordi «solo dove gli conviene».
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