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La stanza di Feltri

Se l'inclusione diventa una resa culturale

Se il multiculturalismo comporta la tolleranza verso modelli che introducono differenziazioni tra uomini e donne, allora siamo di fronte non a un progresso, ma a un clamoroso passo indietro

Tra prove di forza e resa l'integrazione che non c'è

Caro Direttore Feltri,

leggo che in una scuola superiore della provincia di Firenze sono state predisposte aule per la preghiera degli studenti musulmani, addirittura separando maschi e femmine. Le chiedo: è normale che una scuola pubblica arrivi a tanto in nome dell'inclusione? Non si rischia di tradire i principi stessi su cui si fonda la nostra società?

Andrea Pardini

Caro Andrea,

non è normale, ma è emblematico. Emblematico di un'epoca confusa, in cui, nel tentativo ossessivo di apparire inclusivi, si finisce per essere profondamente incoerenti. Partiamo da un punto elementare, che oggi sembra quasi rivoluzionario ribadire: la scuola è un luogo di istruzione, non di culto. A scuola si va per studiare, apprendere, formarsi, acquisire strumenti utili per affrontare il mondo. Chi desidera pregare è libero di farlo, e ci mancherebbe altro, tuttavia esistono luoghi deputati a questo: chiese, moschee, spazi privati. Non le aule scolastiche. Ma, come spesso accade, il problema non è soltanto ciò che si fa, bensì come e perché lo si fa. Qui non ci si è limitati a concedere uno spazio: si è deciso di organizzarlo secondo un criterio preciso, quello della separazione tra maschi e femmine. E allora la domanda non è più solamente pedagogica, ma anche e soprattutto culturale e, permettimi, pure politica. Perché separare? Perché distinguere? Non certo per esigenze didattiche. Non per motivi organizzativi. Ma per aderire a una pratica che introduce una distinzione tra uomini e donne nel momento stesso in cui si esercita un diritto.

E questo, in una scuola pubblica italiana, è semplicemente inaccettabile. Ci riempiamo la bocca di parole come uguaglianza, parità, diritti, e poi, nel silenzio generale, accettiamo che dentro un'istituzione dello Stato si legittimi una divisione tra i sessi. Una divisione che, piaccia o non piaccia, non nasce dalla nostra tradizione giuridica e culturale, ma da un'impostazione che considera la separazione non un'eccezione, bensì una norma. E qui si consuma il paradosso più grottesco. Le stesse voci che quotidianamente si ergono a paladine dei diritti, che denunciano ogni presunta discriminazione, che combattono battaglie simboliche spesso risibili, oggi tacciono. O peggio, salutano con favore questa iniziativa grottesca e vergognosa. In nome di cosa? Dell'inclusione? Del multiculturalismo? Se inclusione significa accettare qualsiasi pratica, anche quando entra in collisione con i principi fondamentali su cui si regge la nostra convivenza civile, allora non si tratta più di apertura, ma di resa culturale. E se il multiculturalismo comporta la tolleranza verso modelli che introducono differenziazioni tra uomini e donne, allora siamo di fronte non a un progresso, ma a un clamoroso passo indietro. La verità, caro Andrea, è che oggi esiste un femminismo selettivo, ideologico, che si indigna a corrente alternata.

Inflessibile quando il bersaglio è comodo, silenzioso quando la realtà si fa scomoda. E così accade che, pur di non urtare certe sensibilità, si finisca per accettare ciò che altrove verrebbe immediatamente bollato come discriminatorio. Non è inclusione. Non è progresso. È una contraddizione evidente, che tradisce proprio quei principi che si dice di voler difendere.

La scuola dovrebbe insegnare l'uguaglianza. Non organizzare e trasmettere la separazione.

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