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"Botte e abusi sessuali con la scusa del lavoro". Tunisino in manette

L'aggressione ad aprile in un'area pedonale nella zona nord. Vittima una giovane straniera

"Botte e abusi sessuali con la scusa del lavoro". Tunisino in manette
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Milano, zona Nord. Un appuntamento che doveva essere solo professionale si trasforma in un incubo di violenza e umiliazione. Una giovane donna, ex collega di lavoro, ha trovato il coraggio di denunciare. Grazie alla sua querela gli investigatori della Squadra Mobile, guidati dal dirigente Alfonso Iadevaia e coordinati dalla Procura, hanno arrestato ieri all'alba un tunisino di 26 anni per violenza sessuale aggravata.

È il 14 aprile scorso. La ragazza accetta di vedere l'uomo per questioni di lavoro. Si fidava, o almeno credeva di poterlo fare. Invece lui la porta in un'area pedonale isolata, vicino a un garage, in un angolo nascosto della città. Lì esplode la violenza. Schiaffi ripetuti sul viso e sul collo. Calci sulle gambe e sulle braccia. La minaccia, la scaraventa a terra e la costringe a subire atti sessuali contro la sua volontà.

Un'aggressione brutale, premeditata, fatta di botte prima ancora che di abusi. Non un impulso improvviso, ma una sequenza di umiliazioni fisiche e psicologiche. La donna, sotto shock, ha comunque trovato la forza di andare in questura e raccontare tutto.

La Mobile ha ricostruito ogni passaggio: l'accordo per l'incontro di lavoro, il cambio di programma dell'uomo, il luogo scelto apposta isolato, la violenza sistematica. Oggi l'uomo è in carcere. Ma il prezzo lo ha pagato lei: una giovane donna che ora dovrà convivere con i traumi di quella mattina di aprile. Il corpo segnato, la fiducia spezzata, la paura di rivedere il nordafricano o di fidarsi ancora di un "semplice" appuntamento di lavoro.

Quante volte dobbiamo leggere storie come questa? Donne che accettano incontri professionali e finiscono aggredite, picchiate, violentate. Non in un vicolo buio di notte, ma in pieno giorno, in una zona pedonale della città. L'aggressore non era uno sconosciuto: era un ex collega, qualcuno con cui aveva già avuto rapporti di lavoro. La fiducia è stata tradita nel modo più vile.

La Procura di Milano e la Polizia hanno agito subito, ma il caso riapre interrogativi pesanti sulla sicurezza delle donne che lavorano, soprattutto in contesti precari o informali. Quante altre ragazze accettano colloqui, meeting, "chiacchiere di lavoro" senza immaginare che possano trasformarsi in trappole?

La violenza non è mai solo un fatto privato. È anche il segnale di un disagio più ampio: integrazione mancata, rispetto zero per il corpo e la volontà femminile, una cultura in cui "no" significa ancora troppo poco per alcuni. Schiaffi e calci prima dello stupro: un'aggressione che voleva umiliare, dominare, annientare.

La vittima ha parlato. Ha scelto di non tacere.

Il suo coraggio ha portato un uomo in carcere e, si spera, impedirà ad altre di subire la stessa sorte. Ma quante donne non trovano la forza di denunciare? Quante restano in silenzio per paura, vergogna, senso di colpa ingiustificato?

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