La bufala dei 2 milioni di bamboccioni

La pubblicazione del consueto rapporto annuale Istat rappresenta, come al solito, la festa del parolaio. Niente di meglio di un bel librone pieno di dati per scegliere da fiore a fiore quelli che fanno comodo per sostenere le proprie tesi fingendo di dimenticare gli altri. D’altra parte ci sarà un motivo se il grande statista inglese Benjamin Disraeli sembra abbia detto che esistono tre tipi di bugie: le bugie, le dannate bugie e le statistiche.
Nel solco della migliore tradizione distorsiva dei media italiani si sono messi da parte per esempio i dati dove si dimostra che in Italia si è avuto il minor calo in Europa del gettito fiscale in rapporto al Pil (quando c’era la sinistra al governo si chiamava «risultato della lotta all’evasione» e faceva titoli di cassetta, adesso non se ne parla) per concentrarsi invece sui dati dell’occupazione giovanile («due milioni di giovani non lavorano né studiano», ripetono tutti i titoli), oggettivamente negativi, per rinverdire la solita retorica dei «bamboccioni» tanto cara al non rimpianto ministro Padoa-Schioppa e fare un po’ di sano catastrofismo sugli effetti della crisi. Chiariamo innanzitutto una cosa: i principali dati statistici relativi al mercato del lavoro sono due e misurano il tasso di occupazione e quello di disoccupazione. Si tratta di due cose molto diverse: il primo indica la percentuale di persone che lavorano rispetto al totale della popolazione, mentre il secondo misura quante persone stanno attivamente cercando un impiego sul totale della forza lavoro.
Fin qui il discorso è semplice, ma questi numeri in realtà sono molto ingannevoli. Cominciamo col dire che Eurostat considera popolazione attiva ai fini del calcolo della disoccupazione quella compresa fra i 15 e i 74 anni.
Già qui ci scontriamo con differenze sostanziali con la cultura del lavoro negli altri paesi, infatti da noi il minorenne con lavoro «regolare» è quasi inconcepibile per una lunga fila di motivi, mentre all’estero il ragazzino che fa il cameriere o l’apprendista rappresenta la normalità. Sull’anziano lavoratore invece è appena il caso di ricordare quanto le nostre generose (in rapporto ai contributi versati) pensioni spengano sul nascere la velleità di dichiarare apertamente un impiego. In secondo luogo va evidenziato il concetto di ricerca «attiva» del lavoro che caratterizza il rientrare nelle statistiche della disoccupazione: in sostanza se una mamma decide di dedicarsi alla casa magari cercando lavoro «se capita» oppure un giovane sta tranquillamente in famiglia in attesa di un impiego «all’altezza delle sue possibilità», ebbene, costoro non rientrano tra i disoccupati. Dato che si tratta di due categorie a noi socialmente ben note capiamo quanto sia pretestuoso mettere sullo stesso piano il tasso di occupazione (che include queste situazioni che, magari non saranno ottimali, ma non sono certo indici di dramma) con la disoccupazione che, al contrario, è sempre indice di disagio, perché significa che una ricerca attiva di un impiego non trova esito.
Fa quindi sorridere sentire uno stimato economista come Michele Boldrin a Ballarò, nel tentativo di dimostrare come al solito che l’Italia è il peggio del peggio, minimizzare un dato assolutamente drammatico come il tasso di disoccupazione spagnolo ormai vicino al 20% (a fronte di un dato italiano che è la metà) paragonandolo con il tasso di occupazione che, per i motivi sopra ricordati, in Italia è storicamente basso e rappresenta principalmente rilassatezza e semmai malcostume ma non certo dramma sociale diffuso.
Quindi è vero che in Italia i ragazzi lavorano poco (e non lo scopriamo oggi), è vero anche che la crisi ha colpito soprattutto l’occupazione giovanile, ma non va dimenticato che spesso dietro un giovane che, visti i tempi duri, si rifugia a casa aspettando momenti migliori c’e’ uno stipendio o una pensione dei genitori garantita dalla tutela senza pari del lavoro dipendente e della previdenza pubblica, nonché di una diffusione da record della proprietà degli immobili che assicura una solida base dove leccarsi le ferite. Lo stesso rapporto Istat ricorda che in una famiglia convivente la perdita del lavoro del figlio comporta un calo di reddito familiare pari alla metà di quello che comporterebbe il licenziamento del padre. Fatta salva l’auspicabile emersione del lavoro irregolare (che ci ritornerebbe ben altre statistiche) si tratta, che ci piaccia o no, del nostro modello sociale: altri modelli sono di certo possibili e forse migliori ma non illudiamoci che non abbiano i loro costi.
posta@claudioborghi.com

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