Il 19 giugno è un giorno grasso nell'Almanacco azzurro ai Mondiali. Servono gli archivi e i filmati dei cinegiornali per rivivere il 4-2 con cui nel 1938 Meazza e compagni battono 4-2 l'Ungheria, doppiette di Piola e Colaussi, e per la seconda volta salgono sul tetto del mondo. Basta invece la memoria per rivedere la notte magica di Roma, quindi 1990, col 2-0 alla Cecoslovacchia, terza vittoria in 3 partite, prima Schillaci e poi Baggio, per un gol bello e indimenticabile. Dai e vai con Giannini a metà campo, poi via verso la porta: sgasata e dribbling e destro secco, allora per la gloria e per la storia, e pazienza se poi è arrivata l'Argentina, adesso frammento di nostalgia dell'estate più tifosa e tifata del calcio italiano, perché il Mondiale giocato in casa è la cosa più speciale che ci sia.
Ed è così che il 19 giugno possiamo celebrare il genio che si tramanda tra le generazioni: un filo azzurro che oggi sembra spezzato, ma che unisce il pragmatismo vincente del calcio in bianco e nero di Meazza e Piola alla fantasia a colori del Divin Codino. Due modi diversi di dominare il mondo, uniti dalla stessa data.