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Calcio

Quella torcia olimpica è l’ultima coppa conquistata

L’amico e compagno di una vita in azzurro e rivale nei derby di Milano ripercorre il loro rapporto e gli ultimi mesi: “La desiderava tanto. Gliela portai. Era felice come avesse vinto la Champions”

Capitano azzurro A lato alla cerimonia dei Giochi con Bergomi. In alto, da sinistra, Franco Baresi e mister Sacchi con la Coppa Intercontinentale vinta nel 1989, a fianco il passaggio della fascia di capitano con un giovane Paolo Maldini con la Supercoppa italiana conquistata nel 1992. Con la maglia azzurra Franco vinse un Mondiale (1982) e giocò da infortunato la sfortunata spedizione ad Usa 1994 vantando 81 presenze. Infine al fianco di due dei più grandi attaccanti e leggende della storia del Milan quali Marco Van Basten e Andrij Shevchenko. Baresi fu cerimoniere dell'ingresso nella Hall Of Fame rossonera per il bomber ucraino. Infine il suo leggendario ed iconico numero 6

Amici prima che rivali, quando i capitani erano davvero bandiere. Franco che viene scartato al provino con l’Inter, Beppe che subisce la stessa sorte a quello del Milan, la squadra cui l’aveva fatto appassionare il papà. Avrebbero potuto giocare tutta la vita con la stessa maglia, si sono fatti bastare 2 Mondiali e un Europeo con quella azzurra dell’Italia. E poi c’è il mare di derby in cui si specchiano le loro carriere e mille ricordi.

Beppe Bergomi, che calciatore è stato Franco Baresi?

«Un campione enorme, il giocatore del secolo, per il Milan. Con papà andavo a vederlo a San Siro nell’anno della stella, lui 18enne accanto a Rivera. Ma oggi mi piace ricordare Franco come mio amico, perché io e lui lo eravamo davvero».

Compagni nell’82, campioni del mondo in Spagna. Lei in campo anche nella finale e lui che invece non giocò nemmeno un minuto.

«Ma Franco era felice come tutti quelli che avevano giocato, come se in campo fosse andato anche lui. Ero in camera con Marini, ma tutto il tempo libero di quei due mesi, fra ritiri e partite, l’abbiamo passato insieme. Anche la sera della vittoria contro la Germania, dopo la festa in campo, il rientro in albergo, la cena, con chi ho festeggiato? Con Franco, io e lui in discoteca, solo noi due. Niente di speciale, non immaginate chissà che, ma siamo andati a ballare».

A unirvi, l’età?

«Non solo, io fra i miei tanti compagni dell’Inter, sono veramente molto molto amico di suo fratello Beppe. L’altro giorno mi ha detto che purtroppo era questione di ore, di giorni. La mia prima stagione alla Pinetina avevo fra 16 e 17 anni e chi passava a prendermi a Settala? Marini e Beppe Baresi, il primo che mi ha fatto il nodo alla cravatta. Con Beppe e Franco abbiamo anche girato una pubblicità per la tv».

L’ultima volta che ha visto Franco è stata la sera della cerimonia olimpica a San Siro? Quelle immagini hanno reso visibile il suo dolore.

«No, l’ho visto altre 3 o 4 volte, sempre al suo bar, in zona Amendola, a Milano. A metà giugno mi ha chiesto la cortesia di andare al posto suo in un oratorio del Bresciano, perché doveva andarci lui, ma non se la sentiva. Come stai? Gli ho chiesto. Beppe, è lunga, la sua risposta. Con un filo di voce. Lui ha sempre parlato piano, anche negli spogliatoi. Dove però bastavano 3 o 4 sue parole per fare stare zitti tutti. Quella volta, l’ultima volta, il filo di voce era diverso, eppure aveva ancora voglia di parlare del suo Milan».

E cosa diceva?

«Non si spiegava come non fosse riuscito a qualificarsi per la Champions. Beppe, ma i giocatori forti ci sono, non è vero che siamo scarsi. Perché abbiamo fatto così tanti errori?. Ha avuto il Milan nel cuore fino all’ultimo».

Lei ha giocato 44 volte il derby, Franco 39. In 30 occasioni eravate entrambi in campo. Ricordi personali particolari?

«Eravamo troppo distanti l’uno dall’altro, probabilmente non siamo mai stati faccia a faccia. Lo ricordo molto bene, invece, come compagno in azzurro. Nel ’90, per esempio. Il Milan era già il Milan, giocava a zona, eppure lui veniva in Nazionale, si metteva dietro a me e a Ferri e ci guidava come un maestro, un vero fenomeno».

Franco protagonista a Usa ’94.

«In quel Mondiale fece un recupero straordinario, rientrando dopo l’operazione al menisco. Era straordinario».

Torniamo alla cerimonia olimpica del 6 febbraio, stadio di San Siro. L’ultima volta in cui Franco è apparso in pubblico. Il suo incedere incerto, il passo malfermo...

«C’è una cosa che non sapete. Beppe, l’auricolare io non lo metto, non me la sento, guidami tu, mi ha detto poco prima che ci chiamassero. Ecco perché era sempre un po’ in ritardo. Perché a me dicevano: vai alla sinistra di Bocelli, gira a destra, passa la torcia. Lui faceva tutto con un minimo ritardo, guardando le immagini sembra che non voglia staccarsi dalla torcia, ma non è così, la tiene solo un secondo più di me».

Grande impegno emotivo anche per due come voi abituati ai grandi palcoscenici.

«Non solo emotivo, anche fisico. Soprattutto per lui che non stava bene. Il giorno prima abbiamo fatto le prove, sotto la pioggia. E il giorno dell’inaugurazione ci hanno convocato 6 ore prima. Per fortuna eravamo nello spogliatoio, al caldo. A un certo punto gli ho detto: andiamo fuori a vedere un po’ di spettacolo? Beppe, non me la sento, aspetto che ci chiamino. Perché ci teneva a quel momento, credeva molto in quello che stavamo facendo. Per questo ha tanto insistito per avere la torcia».

In che senso?

«Voleva averla per ricordo, l’ha chiesta subito agli organizzatori. Ne abbiamo solo 8, dobbiamo aspettare ci hanno detto. Così a Olimpiade finita mi ha telefonato per chiedermi di tornare alla carica. E finalmente me l’hanno data e ho potuto portargliela. Era felice come se avesse vinto una coppa. E lui ne ha vinte tante».

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