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Calcio

Ausilio e l’Inter, il valore perduto della continuità

Il suo addio va oltre il calcio e racconta la dittatura del breve periodo: consumiamo dirigenti e bandiere dimenticando il valore della storia, della memoria e di chi ha contribuito a costruirle

Il saluto di Piero Ausilio all’Inter racconta molto più della fine di un rapporto professionale. Racconta, forse meglio di tante analisi, lo specchio dei nostri tempi. Un tempo in cui abbiamo smesso di riconoscere il valore della continuità. E, soprattutto, abbiamo smesso di dare una prospettiva a chi quella prospettiva se l’è conquistata sul campo. Ausilio ha attraversato l’Inter per anni, stagioni esaltanti e momenti complicati, proprietà diverse, allenatori, presidenti, vittorie e ricostruzioni. Ha conosciuto la società dall’interno, ne ha accompagnato le trasformazioni e ha onorato il percorso nerazzurro con il lavoro, prima ancora che con le parole. Si può discutere una scelta, un acquisto, una cessione. È il calcio. Ma esiste qualcosa che viene prima del giudizio sull’ultima stagione: il valore di una storia.

Ed è proprio questo che oggi facciamo sempre più fatica a riconoscere. Viviamo schiacciati sul presente. Vogliamo risultati immediati, risposte immediate, cambiamenti immediati. Consumiamo dirigenti, allenatori, ma soprattutto bandiere con la stessa velocità con cui consumiamo una notizia. Se qualcosa non funziona oggi, ciò che è stato costruito ieri sembra improvvisamente non contare più. E ciò che potrebbe essere costruito domani interessa ancora meno. È la dittatura del breve periodo. Perché le grandi società, esattamente come le grandi aziende e le grandi istituzioni, non si costruiscono soltanto scegliendo le persone giuste. Si costruiscono permettendo alle persone giuste di avere tempo, responsabilità, memoria e prospettiva. Il patrimonio di un club è anche la conoscenza accumulata da chi per anni ne ha vissuto ogni corridoio, ogni mercato, ogni crisi e ogni rinascita. Il punto, quindi, non è stabilire se Piero Ausilio meritasse il rinnovo contrattuale di solo un anno. Il punto è capire se siamo ancora capaci di immaginare un futuro per gli uomini che hanno contribuito a costruire il nostro passato. Perché una società che non riesce più a farlo rischia di perdere la memoria di se stessa.

E nel calcio, come nella vita, chi smette di guardare lontano finisce quasi sempre per accorgersi troppo tardi di quanto valevano le persone che aveva accanto.

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