Hermann Aebi era cittadino svizzero, per parte di padre ma avendo madre italiana ed essendo nato a Milano, il suo nome di battesimo fu subito tradotto da Hermann in Ermanno, andò al fronte per l’esercito italiano, venne naturalizzato per necessità calcistiche e patriottiche, giocò due partite con la nazionale allenata da Vincenzo Antonio Resegotti, con una commissione tecnica formata da sei dirigenti, segnò 3 gol alla Francia e chiuse la sua carriera in nazionale. Vennero poi gli argentini, Mumo Orsi, al secolo Raimundo Viviano Orsi di Avellaneda, 13 presenze e 3 gol con l’albiceleste prima di essere preso in cambio di lire 100.000 più salario mensile di 8mila e auto Fiat 509 con autista, dalla Juventus, quindi in nazionale campione del mondo, 35 partite e 13 reti. Con lui il bairense Luis Felipe Monti, vicecampione del mondo nel 30 con l’Argentina contro l’Uruguay, campione del mondo con l’Italia nel 34. Lista lunga di uomini che scelsero di indossare divise diverse da quelle della terra di origine, le leggi Fifa erano differenti da quelle attuali, don Alfredo Di Stefano giocò per l’Argentina e poi per la Spagna, Ferenc Puskas per l’Ungheria e la Spagna, oggi le rappresentative nazionali sono un miscuglio eterogeneo di calciatori con origini diverse, la Francia su tutte, l’Italia si sta allineando, l’Inghilterra ha infine tradito la propria storia patriottica, il Belgio è un carrefour così come l’Olanda, la Spagna fa i conti da sempre con le colonie, l’Europa ha una sola moneta ma mille lingue, dico del football che poi riunisce, sotto la stessa bandiera, atleti distanti per cultura e religione. Va registrato che alcuni di questi si rifiutano di cantare l’inno nazionale che non gli appartiene, al di là di qualche magagna burocratica, è accaduto con Camoranesi campione del mondo nel 2006 ma così Tuchel, allenatore dell’Inghilterra, ha preferito non esercitarsi in God save the King, Barthez e Zidane non hanno mai aperto bocca al suono della Marsigliese, Christian Karembeu si è rifiutato ricordando la colonizzazione del suo paese di origine, la Nuova Caledonia.
L’ultima moda della nazionale italiana è quella di attingere altrove ragazzi italiani, emigrati, con famiglie di origini diverse ma pronti a vestire l’azzurro, Inacio è fresco di rinuncia al Brasile, Romano volta le spalle alla Svizzera che però chiede una penale, Nicolò Tresoldi è italiano ma naturalizzato tedesco ed è sceso in campo con le giovanili della Germania, in breve anche le rappresentative nazionali sono diventate un banco del mercato calcistico, nationality shopping tanto per fare e scrivere da provinciali, non si tratta di offerte in denaro ma di richiamo a storie forti, di opportunità in vista dei prossimi impegni internazionali, per evitare di essere prigioniero della Fifa che prevede nascita, discendenza e residenza come condizioni. Fino ai Giochi del 1948 la Gran Bretagna presentava una nazionale unita perché il Cio non riconosce le singole federazioni del Regno, cosa che invece fa la Fifa per evidenti ragioni di numero di voti. Uno studio ha evidenziato che una eventuale nazionale unica delle 4 federazioni britanniche avrebbe il 33% di probabilità in più di vincere un mondiale. Proviamo a chiedere a uno scozzese, un irlandese di Belfast, a un gallese di tifare tutti assieme per re Carlo. Dio salvi il calcio dal mercato della maglia.
