Paolo Maldini era assolutamente impreparato a questo tipo di accoglienza in Nazionale. Nel mondo Milan dove si era cimentato prima come capitano degli invincibili e poi come dirigente protagonista dello scudetto 2022 era considerato una sorta di divinità. A Milanello ha lasciato un popolo di vedovi inconsolabili. Titolare della lunga e gloriosa storia azzurra, iniziata da papà Cesare e proseguita dal figlio che si concluse nel 2002, Paolo non poteva certo credere che cominciassero a mettergli nel conto un paio di due di picche collezionati col sondaggio telefonico con Ancelotti - più un atto di cortesia che un tentativo maldestro - seguito dal viaggio della speranza per provare a schiodare Guardiola dalla sua recente scelta di vita. Non pensava che gli avrebbero addirittura rivoltato gli affetti familiari per trovare un qualche appiglio nel lavoro del figlio maggiore Christian (aggregato all’agenzia del procuratore Beppe Riso) per sostenere un ipotetico conflitto d’interessi che molti anni prima era costato il posto a Lippi (il figlio Davide è agente di calciatori). Maldini ha saputo dal primo momento che la scelta di puntare su Andrea Pirlo ct avrebbe scatenato uno tsunami di critiche e proteste provenienti dal calcio italiano e dalla politica, persino dal Codacons (per via del contratto con un’agenzia russa di scommesse) ma era convinto che una scelta così impopolare non avrebbe certo incrinato la fiducia nelle sue scelte. E invece è successo esattamente questo a dimostrazione che, uscito dalla sua comfort zone, il patrimonio di credibilità si è improvvisamente polverizzato. Allora non c’è molto altro da aggiungere se non dargli il benvenuto nel calcio italiano che è diventato addirittura un feroce difensore del proprio declino e intollerante a ogni tentativo di cambiamento.

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