Sono tutti quanti atterriti, in questa Italia che si specchia nella propria disfatta. Tifosi e calciatori: nel luglio del 1966 nessuno si riconosce. La sconfitta contro la Corea del Nord, consumata a Middlesbrough davanti a un pubblico che ride nervoso e non capisce, è la ferita da cui nasce tutto il resto: la caduta del commissario tecnico Edmondo Fabbri, la ricerca affannosa di un rimedio, e infine l’idea, quasi eretica per una Federazione da sempre gelosa della propria autarchia tecnica, di affidarsi a uno straniero. Non uno qualunque, però. Il più straniero di tutti, il più ingombrante: Helenio Herrera, il Mago, l’uomo che a Milano ha appena costruito la Grande Inter e che porta con sé l’aura di chi ha già vinto due Coppe dei Campioni.
La Figc, però, non osa fino in fondo. Herrera non riceve le chiavi della Nazionale: le condivide. Al suo fianco siede Ferruccio Valcareggi, tecnico di provincia nel senso migliore del termine, cresciuto tra Prato e Atalanta, uomo di understatement in un calcio che comincia a scoprire il fascino dei personaggi. È una diarchia, questa, che pare annunciare la propria fine nel momento stesso in cui viene concepita. Due filosofie, due temperamenti, due modi di intendere il comando si affacciano sulla stessa panchina: da una parte lo showman argentino che parla ai giocatori come un profeta laico, dall’altra il metodico friulano d’adozione che osserva, annota, aspetta il proprio turno.
Il tempo concesso a questa convivenza è, appunto, breve: dal 1° novembre 1966 al 27 marzo 1967. Quattro partite, 360 minuti esatti, la durata di un pomeriggio qualunque moltiplicato per quattro domeniche di un inverno che passa in fretta. Herrera, memore della propria bottega nerazzurra, chiama in azzurro soprattutto i suoi: Facchetti, Bedin, Domenghini, con qualche concessione al Napoli di Bianchi e Juliano. Resta fuori, clamorosamente, Gigi Riva, che i tifosi del Cagliari reclamano a gran voce e che il Mago preferisce non vedere ancora pronto. Le qualificazioni all’Europeo del 1968 si aprono con la sostanza più che con la forma: 3-1 alla Romania a Napoli, firmato da una doppietta di Sandro Mazzola e da un gol di Depaoli; poi il 2-0 a Cipro, in trasferta, con le firme di Domenghini e dello stesso Facchetti. Arrivano anche l’Unione Sovietica battuta e un pareggio contro il Portogallo: un bilancio, sulla carta, dignitosissimo. Tre vittorie e un pari, nessuna sconfitta.
Ma il calcio, si sa, non si misura solo in punti. Herrera vive già altrove: il suo cuore, la sua ambizione, il suo tempo restano all’Inter, dove nella stagione 1966-67 la squadra insegue un quinto scudetto e una nuova Coppa dei Campioni, e dove le cronache dell’epoca cominciano a intrecciarsi con le prime, inquiete voci su pratiche mediche ai limiti del regolamento, voci che negli anni a venire torneranno, amplificate, a far discutere. La Nazionale, per un uomo che ha fatto della disciplina totale e della presenza costante il proprio vangelo tattico, è un impegno che si concilia male con quello, ben più oneroso, che ha a Milano. La diarchia, mai davvero vissuta come tale, si scioglie con la naturalezza di un accordo che nessuno ha davvero difeso fino in fondo: Herrera lascia, Valcareggi resta, e diventa commissario tecnico unico fino al 1974.
È lui, “Zio Uccio”, a raccogliere i frutti di quella semina interrotta. È lui a portare l’Italia sul tetto d’Europa nel 1968, complice anche una fortunata monetina contro l’Unione Sovietica, ed è sempre lui a condurla, due anni dopo, fino alla finale di Città del Messico contro il Brasile di Pelé. Herrera, nel frattempo, torna a essere semplicemente l’allenatore più discusso e più amato d’Italia, quello dell’Inter e poi della Roma, mentre la sua parentesi azzurra si consuma nella memoria collettiva come un episodio minore, quasi una nota a piè di pagina di una carriera immensa. Eppure resta, quell’esperienza, l’ultima volta in cui la Federazione ha osato affidare la panchina più delicata del Paese a un uomo nato altrove. Da allora, sessant’anni di silenzio: come se quei 360 minuti avessero insegnato, una volta per tutte, che l’Italia del pallone preferisce condurre la propria orchestra con un direttore soltanto e, possibilmente, di casa propria.
