La Nations League non è avanspettacolo. Sostituisce amichevoli inutili e senza contabilità economica ma questa edizione offre quattro protagonisti assoluti, non in campo ma in panchina. Ritorna in gioco, per grazia ricevuta, Roberto Mancini, ad Amsterdam si affronteranno Olanda e Germania nella memoria di una finale mondiale del 74 ma con due allenatori pieni di storia recente, Xavi contro Klopp, il primo protagonista del mondiale vinto dalla Spagna nella finale contro l’Olanda nel 2010, il secondo precettato dai tifosi tedeschi per cancellare le gaffe dell’ultimo torneo Fifa. Resta il quarto attore: Zinedine Zidane, il grande atteso, l’uomo del passato e del futuro, il secondo monumento, dopo Michel Platini, a prendere la responsabilità della nazionale francese. Introverso, a differenza di Mancini, sanguigno, diverso dal «politico» Deschamps, Zidane non è discutibile a prescindere, il suo carisma servirà ad abbassare le ali a monsieur Mbappè che, secondo la stampa francese, ha fatto fuori in carriera Neymar e Messi a Parigi e ora Vinicius a Madrid: l’État, c’est lui.
Contro Turchia, Belgio e Italia, si vedrà la nuova Francia di Zizou, nuova perché distante di idee e di uomini da quella di Deschamps il quale, da ex centrocampista, aveva scelto di utilizzare quattro attaccanti e due uomini a metà campo, Zidane, da genio del football, ha spiazzato tutti, quattro attaccanti sono troppi, meglio cercare equilibrio, il suo pensiero e la sua azione sono indirizzati ad una riforma di usi e costumi della nazionale. Esempio: la lista dei convocati, durante la conferenza stampa, è stata annunciata, attraverso un video di ogni calciatore, dalla voce di Xavier Girardon, nuovo addetto stampa e sul folklore dei raduni Zidane ha idee chiarissime, Clairefontaine é Clairefontaine, ognuno è libero di addobbarsi come vuole ma non vuole più tutto il resto, filmati e fotografie per la sfilata degli indossatori griffati dalla testa alle scarpe, borsoni compresi. Basta, dunque, con la passerella da fashion week, la Francia deve essere una cosa seria anche nei comportamenti, detto da uno che aveva concluso la sua carriera gloriosa con un atto non proprio gentile nei confronti di Materazzi che Zizou non ha mai perdonato, definendolo «malvagio». Ma questo è un dettaglio che spunterà fuori, lo giuro, alla vigilia della partita contro gli azzurri, il 5 ottobre a Parigi.
Zidane, a differenza di Mancini, non allena i giornalisti, li seduce con il silenzio e lo sguardo che è una lama sottile, di acciaio, ha vinto titoli europei, mondiali, di club e di nazionale, ha segnato gol maestosi, ha rifiutato il corteggiamento di una dozzina di squadre e di federazioni, arabe comprese (qualsiasi riferimento è puramente voluto), ha scelto la Francia a prescindere, ne ha parlato con Platini, il passato non è soltanto nostalgia ma può essere un semplice sussurro, una voce disinteressata. Zidane è uguale da vicino e da lontano, non lo senti urlare, puoi ritrovarlo solo e solitario nell’angolo di uno spogliatoio o circondato dalla bizzarra banda dei suoi antichi compagni di avventura giovanile lungo le strade di Marsiglia. Zinedine Zidane è il titolo di un libro che non finisci mai di leggere. Perché è ancora tutto da scrivere.
