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"Certe notti salgo sul palco e sogno sempre il rock"

Ieri sera il concerto all'Olimpico di Roma per 54mila persone di Ligabue. "Il prossimo anno? Ho un'idea per l'estero..."

"Certe notti salgo sul palco e sogno sempre il rock"

Insomma quando suona Ligabue sono sempre "certe notti".

"Trent'anni fa ero molto stupito quando la casa discografica mi comunicò che quello sarebbe stato il primo singolo dal disco Buon compleanno Elvis. Non mi immaginavo che avrebbe fatto quello che poi ha fatto".

Forse è la sua canzone più famosa.

"Ma in questo concerto c'è anche la prima che io abbia mai scritto: Sogni di rock'n'roll. Che è poi un riassunto di ciò di cui ho parlato più spesso nei miei brani".

Ossia?

"Di sogni e di rock'n'roll".

E ce n'è stato tanto, di rock'n'roll, anche ieri sera qui allo Stadio Olimpico di Roma davanti a 54mila persone per "La notte di certe notti", il tour che, finito il giro negli stadi, ripartirà a settembre dall'Arena di Verona fino a fine ottobre. Dopotutto Ligabue "o suona dal vivo oppure non esiste" come ripete spesso e come sostanzialmente fa capire anche qui in una saletta dello stadio ammettendo che "sono contento che continuino a farmi suonare". Magrissimo e sorridente, Luciano Ligabue ha costruito un mondo di provincia, chiamatelo Bar Mario oppure come volete, nel quale chi entra sa benissimo che cosa attendersi: al bancone c'è la "voce da orco", come la definisce lui, e nel menu ci sono ritmi alti oppure ballate ruvide, chitarre talvolta affilate e richiami all'immaginario americano tipo Las Vegas o Marlon Brando, insomma sganciati dall'attualità più stretta. Nel mondo musicale dell'usa e getta, Ligabue è il contrario, è il consolidamento dell'abitudine, il piacere di ritrovarsi. E lo fa anche qui, con una scaletta più o meno sempre la stessa (a parte un brano di cui parlerà più avanti) ma con quella inesauribile capacità di cristallizzarla nella maniera migliore. A modo suo, è unico, è diventato una sorta di "brand" che deve replicarsi e lo fa, diciamola tutta, nel modo migliore.

Una scaletta di ventisei brani.

"Ma nei palasport cambieranno e aggiungerò soprattutto canzoni più recenti".

A proposito. L'ottavo brano è Il mio nome è mai più, la canzone pop più schierata degli ultimi trent'anni. De Gregori prova imbarazzo per i comizi sul palco.

"Intanto Francesco De Gregori è un patrimonio della musica di questo Paese, è imprevedibile perché non si sa mai dove si possa trovare. Stavolta non lo condivido più di tanto".

Definitivo.

"Penso che gli artisti non siano obbligati a esprimersi. Se uno mi dice l'artista deve prendere posizione, allora non ci sto. Se invece il tema è la musica può esprimere un parere? allora è sì. Io ho sempre cercato di farlo attraverso le mie canzoni".

Ad esempio l'ultima che ha pubblicato, Nessuno è di qualcuno.

"Il pensiero che una donna su tre abbia subito una violenza fisica o sessuale è intollerabile. Ma la cronaca ce lo fa sembrare una cosa che sta scivolando un po' via".

Quindi una cosa ordinaria.

"Io ho provato a raccontare con empatia che nessuno è di qualcuno. E sullo schermo passano i volti di Favino, Zingaretti, Fiorello, Bova, Amadeus, Argentero e altri che ripetono il titolo".

Ligabue, lei è rimasto uno degli ultimi a pensare ancora agli album. A quando il prossimo?

"Diciamo che canzoni ne ho a bizzeffe e qualcosa uscirà".

Magari lanciandole dal Festival di Sanremo.

"Mah, a Sanremo è difficile fare musica. Intanto dovrebbero invitarmi".

A maggio ha suonato in giro per l'Europa.

"E nel 2027 stiamo pensando a un progetto extra Italia, a quanto ho capito".

Allora farà un film.

"Sarebbe il quarto ma non ho bisogno di farlo. Se capita, va bene. Ma non è programmabile".

Cos'è che rimane sicuro nel mondo di Ligabue?

"Che resto quello che ero: un cantautore con il suono di una band".

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