Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 04:40
Musica

C’eravamo tanto punk

Tre accordi, ironia e voglia di non piacere: il movimento contro le celebrazioni festeggia mezzo secolo

I volti Qui sotto, dall'alto: i Ramones, Johnny Rotten dei Sex Pistols negli anni '90, Giovanni Lindo Ferretti dei Cccp e i Green Day

Il 23 aprile 1976 i Ramones pubblicano il loro primo album: quattordici tracce, ventinove minuti, canzoni che durano meno di un ritornello di oggi. Non era un esordio come gli altri: era la dichiarazione di guerra a un decennio di rock progressivo, assoli infiniti e concept album. Da quel disco, e da un pugno di altri eventi concentrati nello stesso anno, si fa iniziare convenzionalmente la storia del punk. Nel 2026 se ne celebra il cinquantenario, con convegni, ristampe e cofanetti che raccontano, meglio di qualunque manifesto, come un movimento nato per essere irricevibile sia diventato materia da museo. Il terreno era stato preparato già nel 1974-75 al Cbgb, il locale di Hilly Kristal sulla Bowery: lì suonavano Patti Smith, Television, Talking Heads, Blondie e, naturalmente, i Ramones. La rivista Punk, fondata a fine 1975 da John Holmstrom e Legs McNeil, dà un nome a quella scena eterogenea, tenuta insieme più da un’estetica di sottrazione (accordi ridotti, giubbotti di pelle, ironia) che da un programma politico esplicito.

Se New York inventa il linguaggio, Londra lo trasforma in fenomeno di massa, e lo fa attraverso un circuito ristretto: la boutique Sex di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood, al 430 di King’s Road, è insieme negozio di abbigliamento fetish, laboratorio grafico e sala di reclutamento. È lì che McLaren, reduce da un’esperienza newyorchese come manager dei New York Dolls morenti, mette insieme i Sex Pistols nel 1975. Il 4 luglio 1976 i Ramones suonano al Roundhouse: nel pubblico ci sono, secondo la vulgata poi diventata leggenda, futuri membri di Sex Pistols, Clash e Damned. Il 20 settembre si tiene il 100 Club Punk Special, due serate che mettono insieme Sex Pistols, Clash, Damned, Buzzcocks e Siouxsie Sioux (in un’esibizione improvvisata con i Banshees). A novembre esce la fanzine Sniffin’ Glue di Mark Perry, che con il celebre schema di tre accordi disegnato a mano diventa il manifesto del «fai da te». Il 26 novembre 1976 i Sex Pistols pubblicano Anarchy in the Uk: è la data che gran parte della storiografia musicale sceglie come atto di nascita del punk britannico. L’anno dopo arriva Never Mind the Bollocks, e nel 1977 il termine «no future» entra nel vocabolario di una generazione. Il punk delle origini dura poco, ma la sua disgregazione produce più correnti di quante ne avesse la matrice. A cavallo tra fine anni Settanta e inizio Ottanta nasce il post-punk (Joy Division, Wire, Gang of Four), che porta l’urgenza ritmica del punk verso territori più cupi e sperimentali; nasce la new wave, che ne addolcisce gli spigoli per il mercato; nasce, soprattutto in California, l’hardcore (Black Flag, Dead Kennedys, poi Minor Threat sulla costa opposta), che ne radicalizza velocità e rabbia, spesso in polemica con la scena madre giudicata già troppo commerciale. Il 1979 segna la fine simbolica della prima stagione: Sid Vicious, bassista dei Sex Pistols, muore d’overdose a New York a febbraio, dopo l’arresto per l’omicidio della compagna Nancy Spungen.

Il punk arriva nella penisola con qualche anno di scarto e si innesta su una tradizione politica già molto ideologizzata: a Bologna, tra fine anni Settanta e primi Ottanta, la scena del Traumfabrik e gruppi come Skiantos e Gaznevada mescolano demenzialità, situazionismo e provocazione; il fenomeno esploderà più tardi, negli anni Ottanta, con formazioni come i Cccp-Fedeli alla linea, che del punk conservano l’urto sonoro innestandolo su un immaginario da Guerra fredda tutto italiano.

Il punk torna sotto i riflettori commerciali nel 1994, quando Dookie dei Green Day e Smash degli Offspring vendono milioni di copie e portano il pop-punk nelle classifiche generaliste: per i puristi è un tradimento, per l’industria è la prova che il «no future» si poteva vendere benissimo anche a vent’anni di distanza. Da lì la parabola prosegue tra revival, ondate emo-punk negli anni Duemila e infine la dissoluzione nell’ecosistema degli streaming, dove l’estetica punk sopravvive più come stile grafico e filtro Instagram. Le celebrazioni del cinquantenario si susseguono lungo tutto l’anno: rassegne concertistiche, ristampe anniversarie dei dischi fondativi, mostre fotografiche sulla scena del Cbgb e convegni accademici, uno dei quali, significativamente, si intitola «Punk 1976-2026: Memories and Commemorations of a Transmedial Culture» e si interroga sul senso di una simile ricorrenza. La domanda posta dagli stessi organizzatori è legittima: che tipo di nostalgia può produrre uno slogan nato per negare ogni futuro, incluso il proprio? Il paradosso non è nuovo, ma a cinquant’anni di distanza si fa più netto: un movimento nato dal rifiuto della celebrazione si ritrova ora catalogato, datato, esposto in teca. Mezzo secolo dopo Anarchy in the Uk, il punk è materia di cofanetto, di tesi di dottorato e di gadget da museo: la sua eredità più duratura non è forse la musica in sé, ma l’aver dimostrato che si può fare cultura di massa, e persino patrimonio da tramandare, partendo da tre accordi e dalla volontà dichiarata di non piacere a nessuno. Dio salvi la regina, cantavano ironicamente i Sex Pistols. Invece ha salvato il punk.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.