Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 08:07
Cinema

Che rabbia per noi senza lato B

Con quella tua ostinazione da patologo dell’erotismo, hai contribuito a imporre al mondo un’idea di femminilità che contemplava una sola, imprescindibile condizione: un fondoschiena degno di inquadratura

Foto Cosima Scavolini / LaPresse 23-10-2008 Roma Spettacolo Festival Internazionale del Cinema di Roma Premiere del film L'uomo che ama Nella foto Tinto Brass, Caterina Valsi Photo Cosima Scavolini/Lapresse 23-10-2008 Rome Entertainment Rome Film Festival Premiere of the movie L'uomo che ama In the photo Tinto Brass, Caterina Valsi

Caro Tinto Brass, noi donne senza culo ti abbiamo maledetto. Non una maledizione qualsiasi, di quelle che si lanciano distrattamente uscendo dal parrucchiere, ma un anatema lungo, sedimentato, quasi dinastico.

Con quella tua ostinazione da patologo dell’erotismo, hai contribuito a imporre al mondo un’idea di femminilità che contemplava una sola, imprescindibile condizione: un fondoschiena degno di inquadratura. Tu ci hai intimorite. E sulla base delle tue premesse, un amico di famiglia, il giornalista Massimo Fini, tanti anni fa decretò la nostra definitiva condanna. Buttò uno sguardo ai nostri pantaloni sguarniti di colline nel retroterra e sentenziò: «Ti hanno fatto (nostra madre, ndr) delle inutili tette e sei completamente aculica». Con quella sua capacità di trasformare una provocazione in una categoria dello spirito, ci consegnò una patente di minorità anatomica che ci trasciniamo da allora. Anche perché era di quel periodo uno dei suoi articoli per l’Europeo, dall’esaustivo titolo «Elogio del culo». Un’eminenza grigia del «genere» ci aveva estromesse a vita da qualsiasi gara con le donne propriamente dette, cioè quelle retromunite. E tu dietro alla cinepresa a infierire zoommando sulle Sandrelli, sulle Koll, sulle Dellera, sulle Caprioglio, sulle Majarcuk... Il cantore delle terga, il vate dell’estetica gluteale.

Avevi elevato le chiappe a imperativo categorico. Perché in Italia anche le più serie questioni filosofiche finiscono, prima o poi, per avere una destinazione posteriore. Ma noi aculiche rivendichiamo oggi il nostro diritto all’esistenza anche così, da disadorne. Non tutte le grazie sono retrospettive. A te il nostro saluto, non proprio commosso. Perché ti riconosciamo il merito di aver elevato il deretano a categoria estetica, ma ti imputiamo di averci lasciate fuori dall’inquadratura. E questo, per una donna (anche aculica), è un torto che non si dimentica.

Commenti