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Cinema

Così fu censurato il film di Vancini sulla guerra civile

“La lunga notte del ‘43″ torna in versione restaurata: nel 1960 aveva narrato senza tabù la storia di un gruppo di italiani fucilati dai fascisti. Un fratricidio rimosso...

La lunga notte del '43

Inviato a Venezia

Alla Mostra di Venezia, è passato quasi in sordina il restauro di un film di sessantasei anni fa che dice molto dell’Italia. La lunga notte del ‘43 è un capolavoro di Florestano Vancini, il regista ferrarese di cui il 24 agosto scorso è caduto il centenario della nascita (Ferrara gli dedica un omaggio a novembre, tra mostre e rassegne, ma conviene ripartire proprio dall’esordio del 1960). Non fu operazione da poco, basta scorrere i nomi del cast: Belinda Lee, Gabriele Ferzetti, Enrico Maria Salerno, Gino Cervi, Andrea Checchi, Nerio Bernardi. Direttore della fotografia Carlo Di Palma.

Il film era tratto dal racconto di Giorgio Bassani. Fu con ogni probabilità la prima pellicola italiana a mostrare senza reticenze la guerra civile che l’Italia aveva preferito rimuovere. Non tedeschi che uccidono italiani (la vulgata rassicurante di tanto cinema del dopoguerra), ma italiani che uccidono altri italiani: fascisti che fucilano concittadini davanti al muretto del Castello estense, una rappresaglia rimasta impunita. Il tabù infranto non era secondario. Nell’Italia del miracolo economico, con i vecchi gerarchi ancora ai loro posti, dire che la violenza era stata fratricida significava togliere ogni alibi consolatorio.

Il film infatti fu censurato, mentre era ancora in lavorazione: l’Ufficio ministeriale competente negò il finanziamento statale previsto per legge, adducendo come pretesto la presenza di un adulterio nella trama. Il motivo vero era un altro, e ben più politico: il timore che la rievocazione della strage fascista potesse scatenare, così si scrisse, «disordini e turbamenti nell’ordine pubblico». Vancini fu costretto a proseguire le riprese con capitali privati. Pasolini, che aveva collaborato alla sceneggiatura, denunciò la manovra sulle colonne dell’Unità, definendo il film «uno dei più impegnativi della recente migliore nostra produzione». Moravia fu ancora più diretto, ricordando che a dirigere gli organi censori c’erano ancora le stesse persone del Ventennio.

Il film, nonostante tutto, arrivò a Venezia e vinse il premio per l’Opera prima, in un’edizione, quella del 1960, che vide passare senza riconoscimenti Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti.

C’è poi un dettaglio che i cinefili conoscono ma che merita di essere riletto: il titolo. Bassani aveva chiamato il suo racconto Una notte del ‘43, e non gradì il cambiamento imposto dal film. La differenza non è stilistica, è concettuale. «Una notte» allude alla serialità sommersa della violenza, lascia intendere che di notti come quella l’Italia del 1943 ne visse altre, ovunque, con altri nomi e altre vittime: è la tragica normalità della guerra civile, non l’eccezione. «La lunga notte», al contrario, isola l’episodio, lo consegna alla memoria come unicum, quasi un incidente della storia più che il sintomo di un male diffuso. Vancini, forse per ragioni di mercato, forse per un’esigenza drammaturgica di maggiore compattezza, scelse l’eccezionalità. Bassani, da par suo, avrebbe preferito la regola.

Nella sceneggiatura, insieme a Ennio De Concini, lavorò Pier Paolo Pasolini. Bassani non volle partecipare; disse di non saper riscrivere diversamente la propria storia. Il contributo di Pasolini non fu un episodio isolato, ma l’ennesimo capitolo di un sodalizio con Bassani lungo un decennio, nato nel 1950 quando l’amico “spiantato” arrivò a Roma dal Friuli e Bassani gli aprì alcune porte.

Un’amicizia che ebbe in Roberto Longhi, maestro di entrambi all’Università di Bologna, una sorta di nume tutelare comune. Non stupisce che Pasolini, rivivendo nel racconto di Bassani l’eco della morte del fratello Guido, partigiano bianco ucciso da altri partigiani rossi a Porzus, abbia portato al film qualcosa di più di un mestiere da sceneggiatore: vi portò una ferita privata, coincidente per una volta con quella collettiva.

Nella sua asciuttezza in bianco e nero, rivisto oggi al Lido, La lunga notte del ‘43 dice sull’Italia, sulla sua vocazione a rimuovere le proprie colpe più recenti, molto più di quanto non abbiano saputo dire finora i titoli in concorso in questa edizione. Non serve la spettacolarità del contemporaneo per raccontare un Paese: a volte bastano un muretto, dieci nomi e il coraggio di chiamare fratricidio quello che per troppo tempo si è preferito chiamare guerra.

Ci sarebbe da chiedersi, guardando il resto della filmografia di Vancini (La banda Casaroli, Il delitto Matteotti, Bronte, cronaca di un massacro), quanto quella lezione d’esordio sia rimasta un metodo, quasi un’ossessione civile: tornare sulle pagine più controverse della storia italiana, senza mai cedere alla tentazione consolatoria di renderle innocue. È un cinema che oggi definiremmo scomodo, e che nel 1960 lo era anche di più.

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