Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 06:20
Cinema

“Diavoli, Dio, mostri o angeli. Loro ci parlano ogni giorno...”

“Mi piacerebbe che questa mancanza di cinema di genere in Italia venisse colmata da una nuova generazione che raccontasse il mondo”

Cinema generica

In principio c’è stato A Classic Horror Story. Era il 2021 e Paolo Strippoli esordiva alla regia con Roberto De Feo in una produzione originale Netflix che aveva il genere d’elezione proprio nel titolo. L’anno dopo è arrivato Piove con soggetto di Jacopo Del Giudice, premiato al Solinas che lo stesso Strippoli ha vinto nel 2019 con La valle dei sorrisi divenuto film lo scorso anno.Infine, ma in realtà è solo l’inizio di una straordinaria carriera di un autore già grande, ecco L’estranea, scelto in concorso alla Mostra del cinema di Venezia che mette d’accordo tutti, il pubblico (1,3 milioni di euro di incasso) e la critica (è il «Film della Critica» del Sindacato nazionale critici cinematografici italiani). C’è poi l’altro «dettaglio»: L’estranea è indicato per rappresentare l’Italia agli Oscar nella sezione migliore film internazionale mentre ieri al festival di Sitges in Spagna, uno dei più importanti legati al genere, Jasmine Trinca ha vinto come migliore attrice e il film ha ottenuto il Méliès d’Argento.Niente male per un ragazzo di Corato (Bari) che oggi ha 33 anni, laurea in Spettacolo alla Sapienza di Roma (un esame l’ha dato con il sottoscritto e anche per questo ci daremo del tu nell’intervista) e diploma in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia, e che oggi compete, quasi alla pari (pregiudizi esclusi, ma lo vedremo tra poco), con l’horror internazionale che in questi mesi sta spopolando al cinema.

Innanzitutto non ti senti un po’ solo a fare horror in Italia?

«In effetti ormai viene realizzato solo a livello indipendente, escono uno o due film l’anno. E pensare che noi abbiamo avuto i grandi maestri dell’orrore, soprattutto del “giallo”, abbiamo rivoluzionato la storia del cinema in questo senso. Una strada che non seguiamo in maniera continuativa da trent’anni. Dovremmo interrogarci su questo».Infatti il pubblico scappa se l’horror è italiano.«C’è un muro di sfiducia perché il pubblico non è abituato a sentire la lingua italiana con i suoi accenti o dialetti e ci sembra strano vedere dei luoghi familiari. I più giovani vengono battezzati al cinema con l’idea che noi non sappiamo fare queste cose».Tu però sei l’eccezione, parliamo di quasi duecentomila spettatori.«Sono felicissimo dei risultati, del consenso e della fiducia che il film ha avuto. Serve continuare per rinnovarla».

Pensi che l’horror si sia usurato o che abbia ancora da dire?

«La seconda, perché è un genere che lancia messaggi in maniera diversa essendo un’allegoria della realtà. Io sono un po’ contrario a chi vede l’horror come escapismo puro mentre invece ha grandi poteri con la possibilità di tirare fuori il mostro che c’è dentro ognuno di noi».

Forse anche per questo gli horror vengono sempre vietati in Italia?

«Sono contento che L’estranea non sia stato vietato, forse perché c’è meno sangue e sembra un thriller psicologico, però certo ricordo bene il divieto ai minori di 18 anni di Piove, incomprensibile».Be’, però nei tuoi film metti in crisi la famiglia.«Ne L’estranea volevo creare uno scontro generazionale tra madre e figlia che incarnano due visioni della vita. C’è una donna che lotta con le unghie e i denti per mantenere l’apparenza di un controllo sulle cose della propria vita e un’altra che invece incarna l’idea che l’unico modo di determinarsi nella vita sia accettarla come viene. Le ho gettate in una spirale e alla fine ne uscirà solo una viva».Sul finale hai creato scompiglio perché alcuni non vedono bene chi c’è nella foto.«È tutto calcolato, lo spettatore si deve fare la sua idea. Io come cineasta avevo il compito di dare la mia interpretazione, ma tutti noi conosciamo bene questa “estranea”, ci parliamo tutti i giorni, che sia un diavolo, Dio, demone o angelo».ù

C’è un dato generazionale interessante degli horror che stanno portando anche tanti giovani al cinema, tu hai 33 anni, il regista di Backrooms 21, quello di Obsession 27.

«Mi piacerebbe che questa mancanza di cinema di genere in Italia venisse colmata da una nuova generazione che raccontasse il mondo. Lo dico anche da spettatore.Io nella forma provo a dialogare con il cinema contemporaneo, provo a stare nel mondo più di tanti registi che fanno cinema nell’industria italiana da molti anni».

Ma se dovessi scegliere tra Backrooms e Obsession, quale butteresti giù dalla torre?

«Sono rimasto più colpito da Obsession, opera prima incredibilmente matura. Trovo che interpreti bene l’immediatezza dei desideri della Generazione Z nell’epoca in cui c’è un massiccio utilizzo da parte dei più giovani dell’AI generativa a scopo di divertimento personale, anche sessuale.Ecco, il film, pur non citando l’AI, parla di un ragazzo che non riesce a ottenere ciò che vuole e lo fa attraverso il meccanismo-escamotage della zampa di scimmia, ma è uguale a quello che facciamo tutti i giorni lanciando un prompt dentro un motore di AI generativa».

In questi giorni stai lavorando alla campagna Oscar. Il 15 dicembre sapremo se L’estranea è entrato nella prima shortlist. Come viene accolto il film all’estero?

«Mi sembra che ci sia grandissimo entusiasmo, i primi segnali sono molto buoni anche da parte di un pubblico che magari è meno interessato al genere. E poi sono contento che riconoscano il film come profondamente italiano, ne sono molto orgoglioso».

Commenti