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Cinema

Enrico Vanzina: “Così ci siamo presi tutti una febbre da cavallo”

L’allora giovane sceneggiatore ci racconta come suo padre Steno portò sullo schermo un film diventato di culto

"Ormai la commedia non spiega più l'Italia. Sapore di mare ci riuscì"

Alcuni film sono capolavori. E altri cult. La differenza non è trascurabile, né banale la definizione: cult definisce perfettamente un film come Febbre da cavallo. Che non sarà un capolavoro; ma cinquant’anni dall’uscita (29 ottobre 1976) è ancora il più calzante esempio di pellicola apparentemente destinata all’oblio, e a furor di popolo risorta all’empireo dei fenomeni di costume. Con Enrico Vanzina, figlio del regista del film, Steno, e (all’epoca) giovane e talentuoso neo-sceneggiatore, ne rievochiamo l’iperbolica vicenda.

Vanzina: «Febbre da cavallo» rappresenta un caso praticamente unico, nella storia del nostro cinema.

«Non c’è dubbio. Intanto il soggetto di Massimo Patrizi, intitolato Tris e ambientato nel mondo delle corse ippiche, non era proprio una commedia. Su sceneggiatura di Alfredo Giannetti avrebbe dovuto dirigerlo Nanni Loy, frequentatore di ippodromi. Ma il progetto fallì, e il produttore Infascelli lo propose a mio padre. Che s’inventò il nuovo titolo. E chiese a me di rivederne il copione: Voglio una commedia in stile anni Cinquanta».

Perché lo chiese proprio lei, che all’epoca aveva solo ventisei anni, ed era ancora uno sceneggiatore alle prime armi?

«Perché a quattordici anni io già andavo alle corse! Mi ci portò Andrea Giubilo, nipote di Alberto, storica voce Rai dell’ippica. M’era preso proprio il demone del gioco: buttavo un sacco di soldi. E conoscevo quel mondo di pazzi invasati. Dallo spazzino che spera nel gran colpo, al nobile decaduto che di colpi ne ha tentati troppi».

E il risultato?

«Una classica sceneggiatura alla Steno, poi esaltata dal talento di papà. Due super protagonisti, Proietti e Montesano, e attorno a loro tanti caratteristi eccellenti, da Mario Carotenuto a Gigi Ballista. Leggendo il copione mio padre commentò: Da grande dovrai fare lo sceneggiatore. Una vera investitura, per me».

Eppure nelle sale il film passò quasi inosservato. E la critica fece pollice verso.

«Questa è una leggenda nella leggenda. In realtà il film incassò bene; ma Proietti non era ancora un grande nome, nessuno contava di sbancare il botteghino. Vero invece che la critica lo massacrò. Il difetto di questo film è che non fa ridere: testuali parole di Renzo Fegatelli. Per i cento anni dalla nascita di Steno il clamoroso svarione è finito scritto a caratteri cubitali su una parete della mostra dedicata a mio padre».

Diciamo che ebbe un esito senza infamia e senza lode, allora. E poi?

«E poi, all’inizio degli anni Ottanta, quando le tv private esplodono e hanno bisogno di tanti film da mandare in onda, Febbre da cavallo viene passato e ripassato. È lì accade l’incredibile. I telespettatori lo riscoprono, lo vedono, lo rivedono. Imparano le gag, ripetono le battute (che diventano tormentoni fino ad entrare nel linguaggio comune) organizzano gruppi d’ascolto, fans club... Un fenomeno totalmente spontaneo, e di proporzioni incredibili».

Una rivincita postuma che prosegue ancora, dopo cinque decenni. Perché, secondo lei?

«Grazie a mio padre il film non offre solo una perfetta descrizione d’ambiente. Non è solo servito da interpreti straordinari,

fino nei ruoli minori. Parla del demone del gioco. Qualcosa che, chi più chi meno, conosciamo tutti. E le cui conseguenze deleterie divertono dai tempi della partita a carte di De Sica ne L’oro di Napoli. Tre sono i film romani divenuti cult: Un americano a Roma, Il marchese del Grillo e Febbre da cavallo. Ma quelli sono stati costruiti per esserlo; il nostro, invece, lo è diventato senza preavviso. Un vero outsider, insomma. Come Soldatino: il brocco che nel film, contro ogni pronostico, vince la corsa».

Tuttavia neppure l’imprevista rinascita del film fece decollare la carriera cinematografica di Proietti.

«Gigi era allo stesso livello di Gassman o di Manfredi. Perfetto, per Febbre da cavallo. Ma era troppo bravo. Troppo istrionico: un fuoriclasse. Nei panni di persona comune, come li proponeva allora il nostro cinema, non era credibile. Solo nella maturità, grazie al Maresciallo Rocca, raggiunse un livello di calda normalità».

C’è un altro aspetto che spiega il fenomeno e il successo. «Febbre da cavallo» racconta la Roma degli anni Cinquanta trasportata nei Settanta. E per questo rimpianta fino agli anni 2020.

«Quando il film uscì, nel 1976, Roma era diventata una città violenta, il clima s’era fatto plumbeo. Nel film invece la ritrovi solare, rassicurante, pacioccona. Come tutti vorremmo che fosse. Ieri e ancora oggi, cinquant’anni dopo».

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