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Cinema

Il regista che “vide” le nuove donne nude e dominatrici

La sua carriera è una lunga battaglia contro la censura che lo ha danneggiato in tutti i modi. La svolta con “La chiave”, successo al botteghino con Stefania Sandrelli

Il regista Tinto Brass durante la presentazione del suo ultimo film " Trasgredire " , stamani a Roma. ALESSANDRO BIANCHI/ANSA/TO

Il regista Giovanni «Tinto» Brass è morto ieri a Roma per una crisi cardiaca. Aveva 93 anni. Era nato il 26 marzo 1933 a Milano. È considerato uno dei grandi maestri del cinema erotico anche grazie a film come «La chiave» con Stefania Sandrelli. I funerali saranno a Roma in forma privata.

Ogni grande autore si riconosce nel suo esordio. Così come ogni grande regista. Una regola che vale ancora di più per Tinto Brass morto ieri a 93anni alle porte di Roma dove viveva con la seconda moglie Caterina Varzi con la quale anni sognava di girare «un film pacifista, contro le guerre»: Ziva, l’isola che non c’è.

Il maestro del cinema erotico, sì certo, ma anche quello che nel 1963 a 30anni esordisce nel lungometraggio con In capo al mondo ribattezzato Chi lavora è perduto per aggirare la censura, dopo una laurea in giurisprudenza, gli anni passati alla Cinémathèque di Parigi e l’esperienza come assistente al montaggio di Joris Ivens per L’Italia non è un paese povero e come assistente alla regia di Roberto Rossellini per Il generale della Rovere.

Un film che è un ironico e anarcoide affresco di un giovane veneziano (come lo è stato Tinto Brass, nato quasi per caso a Milano, all’anagrafe Giovanni, poi soprannominato come Tintoretto perché da bambino amava disegnare) che non si trova a suo agio nell’Italia, non solo e non tanto del boom economico, ma del perbenismo, del suo essere sempre così borghese. Ed è proprio contro quelli che benpensano che Brass indirizza il suo cinema che, ancora in bianco e nero, si diverte a vivisezionare l’ipocrisia della famiglia tradizionale, come nei due episodi L’uccellino e L’automobile con Silvana Mangano e AlbertoSordi del film corale La mia signora.

Ma, nello stesso 1964, in Il disco volante colpisce anche la borghesia campagnola, fatta di preti e contadini, nobiluomini e nobildonne, rappresentanti della legge e scemi del villaggio, immaginandola alle prese con gli alieni. E per lui continuano i guai con la censura con i seguenti tagli: «Eliminato il primo piano dei seni nudi della marziana nella jep (sic)»; «Ridotta la sequenza della festa nella villa, eliminando: il ballo tra le lesbiche, il marziano che porta in braccio l’attore Sordi (nel ruolo dell’invertito) ed il passaggio di un sedere femminile in primo piano». Ah i sederi! Era destino. Più avanti si spingerà a dire: «Sul piano etico il culo è più onesto della faccia, non inganna, non è maschera ipocrita». Oltre a teorizzare che «è l’anticoncezionale per eccellenza: il culo è laico», ecco un impeccabile sillogismo aristotelico: «Tesi, il culo è lo specchio dell’anima, antitesi ognuno è il culo che ha, sintesi, mostrami il culo e ti dirò chi sei».

Intanto nel 1967 gioca con i cascami delle nouvelle vague in Col cuore in gola interpretato da Jean-Louis Trintignant e Ewa Aulin. Restaurato e presentato alla scorsa Mostra del cinema di Venezia, dove Brass non è potuto andare per le condizioni di salute già precarie, il film mostra la protagonista spesso nuda e, anche per questo, consapevole dominatrice come in tutti i suoi sovversivi film erotici.

Il successivo L’urlo con Tina Aumont e Gigi Proietti neanche passa il nulla osta ministeriale. Quattro mesi dopo Brass consente il taglio di sei metri di pellicola eliminando «la scena del succhiamento mammella», la frase «Se me lo dai, te la dò» e cambiando «quando la merda varrà qualcosa i negri nasceranno senza buco del culo» in «quando le feci varranno qualcosa i negri nasceranno senza buco del…».

Tinto Brass sempre sigaro-munito perché, teorizza, «due sigari al giorno e gelato al cioccolato a pranzo e a cena mi faranno sempre felice», a questo punto pensa bene di sfidare la censura con film sempre più espliciti. Ecco le due epopee storico-erotiche di Salon Kitty (1976) e Caligola che il regista disconosce perché allontanato dai produttori che cambiarono la serratura della sala montaggio. La svolta è nel 1983 con La chiave con Stefania Sandrelli, il maggior incasso della stagione preceduto solo da Flashdance, grazie al quale il regista si specializza sul percorso di liberazione sessuale delle sue protagoniste aggiungendo, alla censura, pure gli strali delle femministe.

Riempie i film di falli finti, di specchi maliziosi, di primi piani ginecologici (il press-agent Enrico Lucherini coniò per lui “il cinecologo”) ma con una visione – vivaddio! – giocosa del sesso, infilando così un titolo più birbante dell’altro: Miranda, Capriccio, Paprika, Monella, L’uomo che guarda, Fermo posta Tinto Brass.

Lancia attrici come Francesca Dellera, Claudia Koll, Debora Caprioglio, Anna Ammirati e rilancia la carriera di Serena Grandi e Stefania Sandrelli. È un cinema-verità, esplicitamente erotico, palese e alla luce del sole esattamente come i suoi famosi provini alle attrici, il cui rituale codificato lo ha paradossalmente salvato dal #MeToo: «Le faccio presentare con le gonne e senza mutandine, poi lascio cadere una moneta sul pavimento. A seconda di quello che mi fanno vedere nell’inchino, intuisco il loro potenziale cinematografico. Credetemi... è un metodo infallibile».

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