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Cinema

“Ink”, lo scandalo si stampi. Così Murdoch cambiò i media

Danny Boyle racconta la nascita del tabloid inglese “Sun” che diventò il giornale più venduto nel mondo, lanciando il “populismo” nell’informazione. Strepitoso Guy Pearce nel ruolo del magnate

(L-R) British director Danny Boyle, British actor/cast member Jack O'Connell, British actor/cast member Claire Foy and Australian actor /cast member Guy Pearce arrive for the opening ceremony and screening of 'Ink' at the 83rd annual Venice International Film Festival, in Venice, Italy, 02 September 2026. The movie is presented in the official competition 'Venezia 83' at the festival running from 02 to 12 September 2026. ANSA/ETTORE FERRARI

da Venezia

C’è il piombo, ci sono le rotative, ci sono i giornalisti a caccia di notizie. E naturalmente c’è l’inchiostro, tanto, come il titolo del film di apertura e in concorso – Ink di Danny Boyle – dell’edizione numero 83 della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Siamo nel 1969, «l’anno – racconta il regista sessantanovenne – in cui l’uomo ha messo piede sulla Luna per la prima volta, è anche l’anno in cui Rupert Murdoch e Larry Lamb hanno lanciato un quotidiano destinato a cambiare il mondo in modo ancora più radicale.

Ben prima di Fox News, del clickbait e di Truth; decenni prima di Twitter, Facebook, Google e OnlyFans, questi due uomini hanno dato vita a un nuovo tabloid, il Sun, che ha sfidato l’establishment diventando il giornale più venduto al mondo».

Tratto dall’omonima opera teatrale di James Graham, Ink, che uscirà in Italia con Lucky Red, è un’effervescente racconto della rocambolesca ascesa di un tabloid senza scrupoli che, dopo essere stato acquistato dal magnate australiano Rupert Murdoch (interpretato da un eccezionale Guy Pearce) la cui prima mossa è assoldare, letteralmente, il nuovo direttore Larry Lamb (un perfetto Jack O’Connell).

Il film si concentra principalmente sul rapporto tra l’editore Murdoch, che sappiamo verrà soprannominato «lo squalo» ma che qui viene trattato per quasi tutta la durata con i guanti, e il direttore Lamb – «un incontro tra persone inizialmente sottovalutate» sintetizza lo sceneggiatore Graham. Accanto a loro è stata inserita la figura di una reporter, Jules Davies (una bravissima Claire Foy), per – aggiunge il regista – «creare un equilibrio in questo mondo molto maschile, siamo nel 1969 ma volevamo che ci fosse un legame con il mondo moderno».

Ink mette in scena molto bene l’atmosfera che si poteva respirare in quegli anni a Fleet Street, la storica strada dell’editoria britannica, e descrive, con profonda analisi psicologica, lo sbarco nel Regno Unito di Rupert Murdoch che, per quanto possa sembrare assurdo, risulta un outsider: «La questione è complessa, noi non volevamo rappresentare Murdoch come un mostro, cosa che oggi molti fanno.

Lui al suo tempo rappresentava una ventata di aria fresca in una società britannica molto rigida. La sua origine australiana alimentava grandi pregiudizi e lui ricambiava non amando quell’establishment cosa che io condivido pienamente». È questa una delle parti più interessanti del racconto che mostra, senza però spiegarlo, il risentimento del magnate contro i «Brits» frutto di un episodio familiare che ha visto il padre di Rupert Murdoch, Keith, assistere da cronista al massacro dei suoi connazionali a Gallipoli nel 1915 con «i bravi ragazzi australiani mandati al massacro dai comandanti britannici che bevevano gin tonic a tre miglia dalla spiaggia».

Il film non sorvola sulla spregiudicatezza di un giornalismo che cercava il favore, a tutti costi, del pubblico quando ancora non si parlava di «populismo», ma lo inserisce in una corsa, quasi agonistica, di numero di copie vendute rispetto al diretto concorrente, l’odiato Daily Mirror (l’ultima manciata viene vinta con la pubblicazione di una bellezza inglese in topless al giorno in terza pagina). Il conto di certe scelte verrà poi pagato nei primi anni Dieci quando il cosiddetto «tabloidgate» ha portato in carcere importanti giornalisti, anche del Sun, con Murdoch costretto a versare risarcimenti milionari extragiudiziali.

Ma il regista di Ink rimane comunque positivo sul valore del giornalismo che «è una delle forze principali di ogni civiltà, ci sono giornalisti che si ergono contro il potere e resistono. Con l’intelligenza artificiale c’è il rischio che il giornalista possa essere sostituito diventando il portavoce del potere che l’ha creato».

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