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Cinema

La fiaba di Amelio e il Paese che non c’è. Quanta retorica sull’immigrazione

“Nessun dolore” gioca la carta della poesia (con morale incorporata), ma risulta solo sconnesso dalla realtà dell’Italia di oggi

Gianni Amelio during the red carpet for the film 'Nessun Dolore' at the 83rd edition of the Venice Film Festival in Venice in Italy. Thursday, September 3, 2026. (Photo by Gian Mattia D'Alberto/LaPresse)

Inviato a Venezia

Un libraio ambulante di Piazza Testaccio, a Roma, si ritrova per strada, come un pacco lasciato sull’uscio, un bambino nordafricano che non parla e non se ne va. Da questo incidente narrativo nasce Nessun dolore , il film di Gianni Amelio presentato ieri, fuori concorso, alla Mostra di Venezia. Ed èproprio l’incidente, la sua natura di eccezione priva di contesto, a rivelare il genere a cui il film appartiene: non il dramma sociale che il tema apparentemente promette, ma la fiaba (con morale incorporata).

Le fiabe hanno le loro regole, eAmelio le rispetta con disciplina. Il protagonista, Davide, interpretato da Alessandro Borghi non ha bisogno di una biografia complessa: gli basta un animo gentile, quasi francescano, per diventare l’eletto a cui la storia affida un compito “santo”. Il bambino non ha bisogno di una lingua, di una famiglia, di un passato: gli bastano il silenzio e la fedeltà di un cagnolino per diventare puro oggetto d’affetto. E la città, Roma, non ha bisogno di essere la Roma reale, con le sue periferie e le sue tensioni: le basta essere lo sfondo pittoresco di una piazza dove tutto, prima o poi, si ricompone.

È qui che il film smette di raccontare l’immigrazione e comincia a raccontarne l’iconografia standard. Il migrante- bambino, muto e innocente, è la figura più rassicurante che il repertorio possa offrire: non parla, quindi non rivendica; non ha una cultura visibile, quindi non entra in conflitto con lanostra; non cresce sotto i nostri occhi, quindi non diventa mai un adolescente con un’identità propria, magari scomoda. È l’inclusione ridotta a tenerezza, il rovescio esatto dell’immigrazione come fenomeno sociale: numeri, comunità, seconde generazioni, rivendicazioni religiose, economie parallele. Del reale non resta che l’innesco.

Specularmente, l’italiano che accoglie deve espiare più che scegliere. Davide non decide di occuparsi del bambino: gli viene consegnato, e da quel momento la sua vita privata cessa di appartenergli per diventare terreno di una redenzione collettiva. È un meccanismo che il cinema d’autore italiano ripete da tempo: l’autoctono come debitore silenzioso, tenuto a dimostrare la propria innocenza morale attraverso un sacrificio individuale, mentre la società che lo circonda resta sullo sfondo, indifferente o vagamente ostile, mai realmente interrogata nelle sue paure.

E poi il finale, quello vero: la casa di Davide che si riempie di migranti felici, una piccola comune dell’accoglienza dove la convivenza riesce senza attrito, senza lingua comune che manchi davvero, senza quella fatica quotidiana che chiunque abbia vissuto in un quartiere multietnico conosce fin troppo bene. È il punto in cui la fiaba getta la maschera. Perché se Nessun dolore avesse voluto misurarsi con la realtà, avrebbe dovuto fare i conti con tutto ciò che il finale rimuove: la crisi conclamata del multiculturalismo che l’Europa del Nord, non certo la destra italiana, ha per prima certificato; le enclave su base etnica che si formano non per cattiveria di nessuno ma per la logica elementare dell’aggregazione comunitaria laddove siano assenti le istituzioni; i ragazzi di seconda generazione che non sono più bambini silenziosi ma “maranza” con un’identità ibrida, spesso conflittuale, che non si lascia sciogliere in un abbraccio. Amelio conosce bene, da grande regista, la differenza fra un problema e la sua immagine consolatoria: l’ha dimostrato decenni fa con Lamerica , che dell’esodo albanese raccontava la disperazione senza addolcirla. Qui sceglie la strada opposta, e non per ingenuità: la fiaba è un genere legittimo, ma ha un costo, ed è la rinuncia a raccontare il presente.

Resta da capire perché il cinema d’autore italiano, quando affronta l’immigrazione, scelga quasi sempre questa forma. Di recente, anche un film importante come Io Capitano di Matteo Garrone indulgeva in momenti di fiaba calati in un contesto drammatico. Forse perché la fiaba non richiede risposte: chiede soltanto commozione, e la commozione, a differenza dell’analisi, non divide la sala. È una scorciatoia comprensibile, persino generosa nelle intenzioni. Ma un pubblico che uscisse dal cinema pensando di aver visto un film sull’immigrazione, e non una favola sull’accoglienza, avrebbe frainteso quasi tutto ciò che l’Italia sta davvero vivendo.

La conferenza stampa del regista, che si presenta con un simpatico cappellino, è come te la aspetti. Riassumiamo. Amelio: Donald Trump ha sdoganato l’odio per gli stranieri; l’Unione europea deve avere una politica comune; Nessun dolore «indica quel luogo profondissimo in cui il dolore per la morte di qualcuno è così insostenibile da diventare il punto di partenza di un’altra vita»; «trentacinque anni fa non ci saremmo mai attesi l’inaridimento della società colpita da paura, anche di se stessi, non solo dello straniero»; «preferisco stare con le persone che mi fanno stare bene, le altre preferisco non incontrarle, e così anche quando voto». Alla faccia della famosa empatia, tanto lodata nel resto dell’incontro.

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