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Cinema

Quelle donne punite per un amore “scorretto”

Le “collaborazioniste” con i nazisti sono al centro di “Woman unknown”. May el-Toukhy: “Troppo poche registe”

Danish director May el-Toukhy arrives for the red carpet of �Kvinde Ukendt (Woman Unknown)' at the 83rd annual Venice International Film Festival, in Venice, Italy, 06 September 2026. The movie is presented in official competition 'Venezia83' at the festival running from 02 to 12 September 2026. ANSA/ETTORE FERRARI

da Venezia

Siamo nella Danimarca nell’immediato dopoguerra e, anche qui, l’occupazione nazista lascia degli strascichi drammatici. Da un lato c’è la volontà di ricostruire la normalità, dall’altro c’è chi vuole fare i conti con i collaborazionisti. Così in Woman Unknown la regista danese di padre egiziano, May el-Toukhy (nella foto) , si confronta con la storia di Marie, domestica e bambinaia, che sta per sposare Christian, il ricco vedovo per cui lavora. Il salto sociale è quasi apparecchiato ma un giorno incontra un suo ex compagno di scuola che è l’unico a sapere che lei durante la guerra ha avuto una relazione con un soldato tedesco. Ora, nell’anarchia del dopoguerra, quel passato torna a presentarle il conto. E Marie è pronta a tutto pur di difendere la vita che si è conquistata.

L’attrice danese Mathilde Arcel che interpreta con grande personalità il personaggio di Marie (c’è già chi parla di una possibile CoppaVolpi) sottolinea come «stiamo parlando di donne ancora oggi viventi in Danimarca», mentre la regia si sofferma spesso e volentieri sulla pena con una sentenza sommaria a cui venivano sottoposte alcune donne: «Mentre il patriottismo si rafforzava e l’ipocrisia prosperava – racconta la regista quarantanovenne al suo terzo film – il comportamento sessuale di quelle donne veniva considerato un’offesa all’identità nazionale. Per questo, individui e gruppi della società si sentirono autorizzati a punirle, giudicandole per le relazioni che avevano avuto. Furono perseguitate, umiliate pubblicamente e condannate a uno stigma destinato a segnarle per tutta la vita».

L’idea del filmparte infatti proprio da alcune foto d’epoca che la regista ha visto in cui le donne, accusate di questo sorta di collaborazionismo sentimentale, venivano denigrate in piazza con un taglio di capelli sommario a cui seguiva quello delle vesti e poi, sul corpo nudo, ecco lo stigma della svastica nazista: «Le donne – prosegue la regista – hanno spesso pagato il prezzo della guerra con il proprio corpo: attraverso il controllo, la punizione e la violenza sessuale. Purtroppo, non si tratta di un fenomeno relegato al passato. Il mio film indaga questi meccanismi e invita a riflettere su come il corpo e il desiderio femminili vengano percepiti e giudicati, non solo in tempo di guerra». Woman Unknown uscirà in Italia distribuito da Lucky Red e, fino a pochi giorni fa, era l’unico film in concorso diretto da una donna (poi è subentrata la collega israeliana Rachel Szor di Naza in coppia con Yuval Abraham). Su questo tema la regista ha le idee chiare: «Dormo sempre molto bene, ma stanotte mi sono svegliata e mi sono detta: “Sono la donna allo stesso tempo più sconosciuta epiù conosciuta di Venezia”». In effetti, prima dell’inizio della Mostra del cinema, questo era il tema su cui si è maggiormente dibattuto: «La presenza di poche donne in concorso – conclude – è un problema strutturale che ho incontrato in tutta la mia carriera. Molte volte, dopo la scuola di cinema, ho avuto difficoltà a realizzare i miei film rispetto ai miei compagni uomini. Ci ho messo sette anni più di loro a cui peraltro vengono concessi budget diversi».

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