Inviato a Venezia
«Forza sbrigati. Mi fai perdere l’inizio».
«Guarda che l’inaugurazione è domani».
«Ma che me ne frega dell’inaugurazione, c’è il cocktail della Biennale al Palazzo del cinema. E bevi alla svelta tutto quello che puoi che poi andiamo insieme al cocktail di Netflix».
«Quale, quello per Tinto Brass?».
«Bravo, proprio quello, speriamo che ci siano anche le attrici di Tintone».
«Però io non sono stato invitato alla festa di Variety. Cosa vuol dire?».
«Che ci dobbiamo imbucare».
Ecco, ieri sera erano questi i discorsi nei concitati momenti della pre-apertura della Mostra internazionale d’arte cinematografica. Poi naturalmente si parlerà di cinema (mah) però senza dimenticare il divertimento, le danze, le panze, gli alcolici, le ragazze bellissime inutilmente (mah) inseguite da uomini bruttissimi. La classe non è acqua, e nemmeno Spritz. È la mini bottiglia di champagne da bersi a collo (mah).
Ieri sera, nello stesso istante, e nello stesso albergo, l’Excelsior, di fronte al mare del Lido, si sono alzati i calici per festeggiare la versione restaurata di Col cuore in gola di Tinto Brass, cocktail organizzato dalla Fondazione Csc e da Netflix e per il party di Variety organizzato da Tiziana Rocca, ospite d’onore la presidente della giuria Maggie Gyllenhaal.
Andate e divertitevi
Il resto del calendario procederà con la consueta liturgia. Il 6 settembre Tiziana Rocca premierà una quarantina di protagonisti al Filming Italy Venice Award, mentre la settimana si popolerà di serate di gala che uniscono beneficenza e visibilità.
«Ma quanti premi ha preso Marina Abramovi?».
«Sai, era già qui per la sua retrospettiva alle Gallerie dell’Accademia, costava poco».
«Non era una ribelle?».
«Al massimo andrà a piedi nudi sul red carpet».
Favino sei tu?
«Mi è sembrato di vedere Favino».
«Sei sicuro non fosse Favino nei panni di Favino, come in tutti i suoi film favineschi?».
«Quanto hai bevuto?».
Tra un museo Pierre Cardin che apre a Ca’ Bragadin con tanto di ballo a tema spaziale e una Campari Lounge pronta ad accogliere Favino, Golino e Vikander per l’intera settimana, la Mostra numero 83 conferma la sua natura duplice: da un lato la vetrina seria, con Nanni Moretti in concorso sabato prossimo dopo trentasette anni e Clooney pronto oggi a ritirare il Leone alla carriera; dall’altro il calendario di feste, inviti e riserbi calcolati che continua a raccontare, forse meglio dei film in gara, che cosa sia oggi il cinema come industria dello sguardo altrui.
Red carpet
Fuori dall’albergo dove i vip, e soprattutto i sedicenti vip, brindano e accennano passi di danza, davanti al tappeto rosso, c’è chi campeggia per la notte, per essere certo di non perdersi Clooney, un vero gigione, pronto a donarsi al pubblico (come tutte le star americane, ma lui è sincero). Nei prossimi giorni, il red carpet più atteso è quello di Bunker, che porterà al Lido Penélope Cruz e Javier Bardem, mentre fuori concorso sbarcheranno i fratelli Liam e Noel Gallagher per il documentario sulla reunion degli Oasis, con tutto il noto campionario di tensioni familiari («Mi sa che si menano». «Speriamo»). Werner Herzog arriva invece con un cast che promette scintille fotografiche: Rooney Mara, Kate Mara e Orlando Bloom fianco a fianco sullo stesso tappeto.
Scrocconi
Sul fronte più squisitamente da rotocalco, la solita partita delle influencer resta aperta: ogni anno i marchi sponsor invitano le proprie testimonial digitali a rappresentarli sul tappeto rosso, e ogni anno la stessa domanda ricorre sui social: «Ma chi sono quelle, in quale film recitano?». «Nessuno». Tra chi paga il biglietto e chi viene retribuito dagli sponsor per un video promozionale, la Mostra del cinema di Venezia continua a essere, oltre che una sfilata di narcisismo al cubo, un piccolo manuale di economia applicata al glamour. Ad esempio, il presidente Pietrangelo Buttafuoco si è barricato in ufficio per resistere alla richiesta di biglietti gratis da parte di gente, politici inclusi, che potrebbe comprarsi una villa al Lido senza neppure accendere un mutuo. Ecco come si diventa ricchi: andando a scrocco.
Grane politiche
Il glamour, quest’anno, cammina su un terreno tutt’altro che stabile. La prima grana arriva da Kiev: il ministero degli Esteri e quello della Cultura ucraini hanno condannato con una nota congiunta l’inclusione in Concorso del film russo Dau di Ilya Khrzhanovskiy, parlando di una scelta «particolarmente dolorosa» mentre la Russia prosegue la sua guerra d’aggressione. Il regista però si è dichiarato dissidente, ha rinunciato alla cittadinanza russa, se ne è andato dal suo Paese e il film ha rinunciato ai fondi statali, è una produzione europea. E quindi?
La seconda grana porta il nome di Venice4Palestine. Il movimento, sostenuto tra gli altri da Bds Italia e dal Global Sumud Flotilla, chiede alla direzione del Festival di poter esporre la bandiera palestinese, ieri non c’era, e di interrompere ogni rapporto con enti riconducibili al governo israeliano. È il secondo anno di pressioni consecutivo: nel 2025 la Biennale rifiutò di escludere attori e film. Quest’anno la richiesta è paradossale. Se accolta, ma non lo sarà, cancellerebbe Naza, documentario con regia israeliana e produzione inglese. Indiziato numero uno come caso di questa edizione, è molto critico verso la guerra di Gaza e il modo in cui è condotta da Netanyahu. «Nessun timore per le polemiche - ha detto il direttore Barbera - è un film duro ma documentato in modo ineccepibile». Chi l’ha già visto è rimasto sconvolto.
A completare il quadro, il taglio di due milioni di euro deciso dalla Commissione europea ai danni della Biennale, definito «sconcertante» da Barbera, e il dato che ogni anno riaccende il dibattito sulla parità: nei film in concorso, una sola regista donna, la danese May el-Toukhy. Ancora Barbera: «Non c’erano film pronti, poi c’è la questione complessa di quante donne abbiano accesso alla produzione e alla regia, parliamone». Il red carpet, insomma, sfila sopra discussioni che di patinato hanno ben poco.
