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Cinema

Un divismo da Leone: Venezia onora Clooney

L’attore premiato all’inaugurazione della Mostra tra fotografi e fan in delirio: “Sono proprio invecchiato”

US actor George Clooney (R) and his wife Amal Alamuddin arrive for the opening ceremony and screening of 'Ink' at the 83rd annual Venice International Film Festival, in Venice, Italy, 02 September 2026. The movie is presented in the official competition 'Venezia 83' at the festival running from 02 to 12 September 2026. ANSA/FABIO FRUSTACI

inviato a Venezia

Chi ieri mattina ha aperto i giornali, italiani e stranieri, ha trovato una convergenza notevole. Quest’anno al Lido conta più la geopolitica delle star. Non è vero. Dibattere “solo” d’arte è giudicato poco interessante da coloro ai quali non interessa l’arte, che ha sempre risvolti politici (come la vita stessa). Tutto qua.

Star, e soprattutto sedicenti star, credono che sia giusto adeguarsi e quindi sono in ansia di prestazione (politica) tanto che si è aperta una trattativa Biennale-artisti per non far degenerare la cerimonia d’apertura in una carnevalata partigiana.

La parte da sostenere la avete già intuita: la causa palestinese senza se e senza ma.

Tutti hanno alluso, nessuno si è infilato in una polemica. Greta Scarano, chiamata a condurre apertura e chiusura insieme con Nicolas Maupas, sulla questione si è espressa senza parole, garbatamente, sventolando, in riva al mare, un ventaglio a forma d’anguria (con i colori palestinesi).

Ieri la Mostra doveva celebrare George Clooney. Dire che è amato, è poco. Era atteso sul red carpet da una legione di fan, che stazionava in loco dalla notte precedente. Come sempre, Clooney ha fatto uno show professionale ma sincero, accompagnato dalla moglie Amal. Non si è negato a nessuno, dopo essersi buttato in mezzo ai fotografi, come d’abitudine. Si diverte sul serio, altrimenti non sarebbe a Venezia per la dodicesima volta, segno di un legame speciale. Alle diciannove, in Sala Grande, il presidente Pietrangelo Buttafuoco ha consegnato all’attore il Leone d’oro alla carriera. La Biennale l’ha motivato così: dietro il sorriso c’è un grande interprete e un regista di valore. Laura Dern, in rosa, si è prodigata in una spiritosa laudatio di Clooney. I due si conobbero a Budapest sul set di Grizzly II, film mai distribuito e sopravvissuto come oggetto di culto per collezionisti di disastri. Clooney ha accettato il premio commosso ma con ironia: «Beh, vuol dire che sono proprio invecchiato.

Hanno parlato con i miei dottori?». Discorso rapido ma denso, Clooney esorta a scoprire ciò che ci unisce e a non dare ascolto agli spacciatori di paura. Il pubblico gli ha dedicato una standing ovation e un lungo applauso. Torniamo alle motivazioni del premio. Il sospetto che la bellezza sia una scorciatoia per la gloria è antico quanto il cinema. Ne pagarono il conto Cary Grant e Gary Cooper, non a caso citati da Laura Dern come i veri maestri di Clooney. La classe ha il difetto di sembrare sempre naturale, per definizione, anche quando si ottiene con il lavoro.

Sul versante politico il ritratto di Clooney si fa più netto. Anche lui interviene, in modo incisivo. Nel luglio del 2024 firmò sul New York Times l’editoriale con cui chiedeva a Joe Biden di ritirarsi dalla corsa. L’articolo pesò dentro il Partito democratico più di molte prese di posizione ufficiali. Negli Stati Uniti la celebrità è da tempo una magistratura morale riconosciuta, con una tradizione che risale agli anni della Guerra fredda. In sala invita alla conciliazione. Le stoccate Clooney le affida ai momenti a margine della manifestazione: «Abbiamo attraversato altri momenti difficili e questo è uno di quelli. C’è un termine fantastico, “cachistocrazia”, che indica un Paese governato dalle persone meno qualificate. In questo momento ci troviamo proprio in una cachistocrazia, ma ce la faremo». E ancora: «Oggi c’è l’idea che la crudeltà sia alla base di tutto e che essere crudeli e scortesi faccia parte del divertimento». Chiaro il riferimento a Donald Trump.

Viene spontaneo confrontare Clooney con gli altri modi di vivere il divismo di questa edizione. Maggie Gyllenhaal, anche presidente della giuria, porta un corto su Marilyn Monroe nel centenario della nascita, cioè sul modello classico della celebrità divorata dal proprio mito. Gli Oasis arrivano con il documentario sulla reunion, cioè con la celebrità come nostalgia rivenduta al pubblico. Clooney rappresenta la terza via. Poco è lasciato al caso. Ma il divismo di Clooney è forse il suo mestiere meglio riuscito, più della regia e della recitazione. Clooney ha capito che l’immagine pubblica è un’opera da costruire con la stessa cura di un film, e che nell’epoca in cui la celebrità si è sbriciolata in milioni di frammenti sui telefonini, saperla tenere insieme per trent’anni è una competenza rara. Il Leone d’oro alla carriera premia anche questo.

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