Cambiare indirizzo o spostarsi di pochi chilometri potrebbe presto costare caro a lavoratori e pensionati italiani. A segnare questo cambio di passo è la riforma sui tributi locali sancita dal decreto legislativo 7 agosto 2026, n. 147, che ridefinisce l’autonomia finanziaria delle Regioni nell’ambito del federalismo fiscale. Ecco cosa cambia sul piano pratico, come funziona la nuova mappa delle addizionali Irpef e perché bisogna prestare massima attenzione alla soglia d’esenzione.
L’imposizione fiscale sui redditi dei cittadini si articola su due livelli: una componente statale, uniforme in tutta Italia, e una frazione locale legata al territorio di residenza. Quest’ultima, nota come addizionale regionale, condivide la stessa base imponibile della quota nazionale ma viene amministrata in autonomia dai singoli territori. Fino a oggi, i margini d’azione dei Governatori per modulare l’aliquota locale erano piuttosto ridotti, mentre col recente provvedimento vengono ampliati i confini dello spazio decisionale concesso alle amministrazioni locali, trasferendo una quota significativa della sovranità tributaria dal potere centrale alle autonomie regionali.
La nuova normativa ribalta questa condizione, basandosi sul principio dell’invarianza finanziaria: in sostanza da un lato l’amministrazione centrale cesserà l’erogazione diretta di fondi a favore degli enti locali, dall’altro questi ultimi otterranno il potere di modificare l’aliquota Irpef applicata ai propri residenti. Ciascuna Regione disporrà così della massima discrezionalità per incrementare, ridurre o cancellare la propria addizionale, calibrando la pressione fiscale in funzione delle specifiche esigenze finanziarie e di bilancio.
Per bilanciare il blocco dei trasferimenti statali, viene assegnata alle Regioni una compartecipazione diretta alle entrate Irpef per un valore complessivo di 5,828 miliardi di euro. Una dinamica analoga verrà poi estesa dal 2027 alle Province, con una quota dello 0,92%, destinata a salire allo 0,97% dal 2028, per bilanciare la cancellazione dell’addizionale provinciale sulla RC auto.
Oltre a responsabilizzare la gestione dei conti pubblici, legando le entrate di una Regione alla sua reale capacità di generare ricchezza, stimolare il lavoro e contrastare l’evasione, l’intervento punta a superare la storica frammentazione del Fisco locale. Il provvedimento spinge le amministrazioni a uniformare la struttura delle aliquote sul modello nazionale, articolato su 3 scaglioni di reddito, mandando gradualmente in soffitta i vecchi schemi regionali a 4 o 5 fasce. Questo faciliterà i confronti e renderà immediata la trasparenza del carico fiscale tra differenti aree geografiche.
Una delle misure di maggiore impatto per i cittadini riguarda la possibilità, estesa ora anche alle Regioni a statuto ordinario, di deliberare una propria soglia di esenzione locale per il tributo regionale. Fino a ieri si faceva riferimento quasi esclusivamente ai tetti erariali fissati dallo Stato, 8.500 euro per dipendenti e pensionati, 5.500 euro per gli autonomi. D’ora in avanti, ogni amministrazione regionale potrà definire in autonomia la sua no tax area.
C’è tuttavia un meccanismo che ogni contribuente deve conoscere: la modalità di funzionamento della franchigia. La soglia di esenzione non opera come una deduzione progressiva, cioè valida solo sulla quota che supera la soglia, bensì come un limite a scatto: ciò significa che sotto il tetto fisso non si versa nemmeno un euro di addizionale, mentre se si supera il limite anche di pochissimo l’aliquota regionale scatta sull’intero reddito imponibile. Un simile sistema da “dentro o fuori” rischia di creare forti disparità di trattamento economico tra contribuenti con guadagni quasi identici, configurandosi come una variabile essenziale da monitorare per una corretta gestione delle proprie finanze.
