La tempesta sui titoli di Stato delle ultime settimane non è un giallo irrisolto: ha un colpevole chiaro, l’inflazione. Nell’area dell’euro è arrivata al 3,8% a settembre, con il risultato che la Banca centrale europea ha già alzato due volte i tassi d’interesse. E giovedì, anche se non è atteso un nuovo rialzo, tutta Europa ascolterà le parole della presidente Christine Lagarde per capire come agirà l’istituto nei prossimi mesi (c’è chi ipotizza un rialzo a dicembre). Già perché a far salire i rendimenti dei titoli di Stato, con effetti anche sul costo di prestiti e finanziamenti, non sono solo i rialzi dei tassi nell’immediato, ma pure le aspettative sulle mosse future. Interessi più alti significano rendere più costoso finanziare il proprio debito a Paesi come Francia e Italia, gravati da una spesa elevata. E il conto arriva anche alle famiglie: sia perché gli interessi sul debito pubblico sottraggono risorse alla manovra di bilancio, sia perché rincarano i mutui variabili e i nuovi finanziamenti. Si complicano le cose anche per chi un prestito lo cerca: in queste fasi le banche possono chiedere interessi più alti a fronte di un maggiore rischio di credito e diventare più selettive nel concedere credito.
Molto dipenderà dalle vicende in Medio Oriente. Lo scontro tra Usa e Iran ha mandato in tilt le forniture di petrolio, gas e prodotti raffinati che transitavano in buona parte dallo stretto di Hormuz. Secondo l’Energy Information Administration (Eia) americana, nel quarto trimestre 2025, l’ultimo prima della guerra, da quel crocevia passavano 21,6 milioni di barili al giorno tra greggio, condensati e prodotti petroliferi; nel secondo trimestre 2026 appena 4,9 milioni, il 77,3% in meno. L’effetto domino, aggravato dalle difficoltà della raffinazione europea, si è tradotto in rincari alla pompa. E si è propagato all’economia reale: in Italia, secondo l’Istat, oltre il 92% delle merci trasportate via terra viaggia su gomma. Così il caro carburante pesa sui prezzi al supermercato, mentre le proteste degli autotrasportatori possono svuotare gli scaffali.
Sta di fatto che questa spirale rischia di alimentare aumenti dei prezzi. La risposta della Banca centrale, da manuale di macroeconomia, è alzare i tassi per raffreddare l’economia: meno consumi e investimenti significano anche una minore domanda di energia, che può contribuire ad attenuare i rincari di benzina e bollette. Una strategia però contestata, perché frena la crescita del Pil senza risolvere il problema alla radice: la strozzatura delle forniture provocata dalla crisi di Hormuz. La Bce può contenere la domanda, non riaprire lo stretto.
Dall’inizio della guerra in Iran il tasso Bce sui depositi è salito di 50 punti base, arrivando al 2,50% dopo il rialzo di settembre. Se un aumento di mezzo punto si trasferisse integralmente sul tasso di un mutuo variabile da 150mila euro da ripagare in 20 anni, la rata crescerebbe di circa 38 euro al mese: oltre 450 euro all’anno. L’impatto effettivo dipende però dal contratto e dall’Euribor cui è indicizzato. Chi ha già un mutuo a tasso fisso non subisce invece aumenti della rata. Per chi deve stipularne uno nuovo il quadro è cambiato. Secondo l’Associazione bancaria italiana, il tasso medio sui nuovi mutui erogati è stato del 3,61% a settembre, contro il 3,42% all’inizio della guerra. Su 150mila euro a vent’anni, a parità di condizioni, significa circa 3.500 euro di interessi in più lungo la durata del mutuo, ovvero 176 euro di rate aggiuntive all’anno. Sul credito al consumo il Taeg (tasso annuo effettivo globale) è passato dal 10,25% al 10,78%: anche un prestito da 10mila euro diventa più caro, in cinque anni l’aggravio è di circa 150 euro. E gli Stati non sono immuni: il Btp decennale italiano rendeva il 3,28% prima della guerra, contro il 4,50% del 26 ottobre. Ai rendimenti indicati, per ogni nuovo miliardo preso a prestito a dieci anni l’Italia pagherebbe 12,2 milioni di interessi in più ogni anno. Un aggravio sui nuovi titoli, non su quelli già emessi a tasso fisso.
