Andrebbero ripresi oggi, gli articoli che sette anni fa lanciarono l'inchiesta Mensa dei poveri della Procura di Milano come l'ultimo assalto al cielo della corruzione, tra dettagli gustosi e intercettazioni eclatanti per raccontare in favore di pagina l'allignamento della tangente tra il consiglio comunale e quello regionale, con gli incontri (davanti gli occhi di tutti, peraltro) di corrotti e corruttori ai tavoli "Da Berti", il ristorantone sotto Palazzo Lombardia. Andrebbero ripresi e confrontati con le 486 pagine depositate dalla Corte d'appello che di quelle accuse fa terra bruciata. "Vuoto probatorio", è la definizione più garbata che i giudici d'Appello riservano alle accuse con cui il pm Silvia Bonardi aveva chiesto e ottenuto la retata del 14 novembre 2019.
Già a ottobre 2023 la sentenza di primo grado aveva smantellato in buona parte le teorie della Procura. Pietro Tatarella, consigliere comunale a Milano, sbattuto in cella per tre mesi: assolto con formula piena. Fabio Altitonante, tre mesi ai domiciliari: assolto. Assolti con loro altri quarantadue imputati di cui la Procura aveva chiesto la condanna. Solo undici le sentenze di colpevolezza: tra i condannati Lara Comi, parlamentare europea di Forza Italia e l'onorevole azzurro Diego Sozzani. La Procura aveva accusato la botta, presentando una raffica di ricorsi. Ma anche i condannati, Comi e Sozzani in testa, hanno fatto appello. La sentenza dell'altro giorno dà ragione per intero a Sozzani, quasi per intero alla Comi, respinge tutti i ricorsi dei pm e riduce ai minimi termini il risultato della clamorosa retata contro la Casta.
Ma come ci si è arrivati? Per Sozzani, la risposta è semplice: la Procura ha violato la legge. Per cercare riscontri alle accuse lanciate da Nino Caianiello, ex coordinatore azzurro a Varese, divenuto teste d'accusa per limitare i danni, gli inquirenti hanno utilizzato i messaggi whatsapp di Sozzani, che però era deputato. Sozzani, va detto, si proclama innocente. Ma comunque non si poteva processarlo, perché whatsapp "costituisce a tutti gli effetti corrispondenza tutelata (...) l'acquisizione è avvenuta in violazione di norme costituzionali". Per lo stesso motivo vengono escluse dal processo le chat di Lara Comi, parlamentare europeo, che erano alla base di uno dei reati contestati. Ma anche le altre accuse alla Comi sulle assunzioni fasulle che avrebbe fatto a Strasburgo vengono asfaltate quasi in blocco: "del tutto irragionevole" viene definito il teorema del pm, "non può affermarsi che il Parlamento europeo sia stato tratto inganno, avendo corrisposto somme da ritenersi congrue alla quantità e alla qualità del lavoro svolto". Solo per una delle assunzioni, la Comi viene condannata: un anno con la condizionale. La Procura, che l'aveva arrestata, aveva chiesto cinque anni e mezzo.
La parte più significativa della sentenza è il capitolo che riguarda Pietro Tatarella: perché qui i giudici richiamano alla realtà dei rapporti umani, che non possono essere letti sempre e solo come rapporti criminali. Ebbene: sì, Tatarella frequentava un imprenditore interessato agli appalti Amsa. Ma "la frequentazione non costituisce di per sé indice di un atto o corruttivo". Nelle carte del processo emerge la "totale assenza di una utilità promessa o ricevuta, che costituisce l'asse portante della fattispecie di corruzione". La "posizione istituzionale" di Tatarella "non gli attribuiva poteri, diretti o indiretti, sulla gestione delle gare Amsa".
E la bacchettata finale alla Procura: l'appello dei pm si muove su un "terreno scivoloso" perché "ciò che viene evocato come un quadro indiziario convergente, è il semplice fatto che un imprenditore un politico e un dipendente Amsa si frequentano, parlano, scambiano contatti". Ma "il contesto può spiegare i fatti, non sostituirli: e un rapporto di fiducia, persino unamicizia intensa, non diventano da soli prova di un pactum sceleris".