«La crisi è alle spalle e non temiamo scalate»

Valerio Battista è amministratore delegato di un’impresa, la Prysmian, che ha alcune particolarità. É una multinazionale, presente nei cinque continenti: cosa rara per l’Italia. É leader mondiale nel suo mercato, quello dei cavi per elettricità e telecomunicazioni: cosa ancora più rara. E non ha padroni, nel senso che è una public company: per il 25 per cento è controllata da vari fondi di investimento, mentre tutto il resto è sul mercato. E questa è una situazione davvero eccezionale nella realtà italiana. In fondo solo la Parmalat è paragonabile. Si dice che anche le Generali siano una public company, ma è un po’ una bugia che ci raccontiamo da anni nelle cronache finanziarie: il Leone ha azionisti di riferimento noti e ben visibili.
La Prysmian è nata da una costola della Pirelli. Nel 2005 la società di Marco Tronchetti Provera, alla perenne ricerca di liquidità, ha scorporato la divisione cavi, cedendola a un fondo di private equity di Goldman Sachs. Questo ramo d’azienda è stato rinominato appunto Prysman e nel 2007 portato in Borsa. Tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010, la Goldman Sachs ha deciso di liquidare tutta la sua partecipazione. Così questa quota, circa il 32 per cento, è stata venduta sul mercato e si è arrivati alla situazione attuale. Oggi il maggior singolo azionista è il fondo Blackrock con il 7,1 per cento; dietro di lui un gruppo di altri fondi con quote singole che raramente superano (e comunque di poco) il 2 per cento. Azionista è anche lo stesso Battista, con un pacchetto dell’1,2 per cento circa.
É una situazione che di solito non piace a chi sta in Borsa in Italia. Per una ragione: la paura di essere scalati. Lei non ha questo timore? Non le dispiacerebbe essere scalato?
«Se un’operazione simile fosse nell’interesse di tutti gli azionisti, cercherei di farmi passare il dispiacere. Però non credo che esista questo pericolo. Chi volesse scalare Prysmian dovrebbe muovere una cifra attorno ai 4-5 miliardi di euro fra equity e rifinanziamenti. Oggi non vedo nessuno con una simile disponibilità».
Neanche un concorrente? Magari a qualcuno potrebbe interessare comprarsi voi e la vostra quota di mercato.
«Noi capitalizziamo circa 2,4 miliardi di euro. La francese Nexans, che è seconda, ne capitalizza circa 1,4. La terza è l’americana General Cable: intorno agli 1,5 miliardi di dollari. Penso di avere risposto: i numeri dicono che per un competitor siamo un boccone un po’ troppo grosso».
L’operazione non potrebbe interessare a un fondo speculativo?
«In teoria sì. Però bisogna che faccia bene i conti. Da inizio anno Prysmian ha toccato un massimo di 16 euro per azione e oggi viaggia attorno ai 13. L’ipotetico scalatore intenzionato a lanciare un’Opa dovrebbe prevedere ovviamente un premio ragionevole e sperare poi di rivendere in tempi altrettanto ragionevoli a un prezzo ancora maggiore. Abbastanza impegnativo direi».
Quindi sul fronte della governance tutto sembra tranquillo. E l’azienda come sta andando?
«Nel 2009 abbiamo fatturato 3,7 miliardi con un ebitda di poco più 400 milioni di euro. Ma soprattutto teniamo l’indebitamento sotto controllo, con rapporto sull’ebitda di poco superiore a una volta e continuiamo a generare cassa».
Questo vuol dire che Prysmian non ha sentito la crisi?
L’abbiamo subìta anche noi: nel 2008 il fatturato era stato di oltre 5,1 miliardi con un ebitda di 542 milioni. La definirei una discreta sberla, anche se bisogna tener conto che il nostro fatturato è legato all’andamento dei costi delle materie prime, il rame in primis. Però, in linea con la nostra strategia di focalizzazione sui business a valore aggiunto, abbiamo continuato ad avere una redditività tra le più elevate del settore».
Che segnali arrivano dalla prima metà del 2010?
«In generale il clima è ancora piuttosto pesante: l’inizio dell’anno non è stato bellissimo, il primo trimestre ha chiuso peggio del corrispondente periodo del 2009. I volumi sono scesi del 15-20 per cento, però adesso la discesa sembra essersi fermata e nel secondo semestre vediamo chiari segnali di ripresa: abbiamo da poco annunciato una nuova commessa da 250 milioni di euro che ha portato il portafoglio ordini a oltre un miliardo. Segnali incoraggianti vengono anche dal Sudamerica e dall’Asia. Noi siamo comunque presenti in tutto il mondo e quindi pronti a cogliere opportunità dove si manifestano».
Ma che cosa in particolare ha provocato quei cali di volumi? Quali settori hanno smesso di ordinare cavi?
«Prysmian realizza l’89 per cento del suo fatturato nei cavi per l’energia e l’11 in quelli per le telecomunicazioni. Per fare solo due esempi, con la crisi economica si è fermata l’edilizia, grande consumatrice di cavi elettrici. Ma sono anche quasi scomparsi gli ordini dell’industria cantieristica, per via del crollo del traffico marittimo. E noi siamo grandi fornitori di cavi per navi».
Nel campo dei cavi per telecomunicazioni a voi farebbe piacere se partisse quella rete ad alta velocità di cui si parla tanto?
«Ovviamente, visto che siamo tra i leader mondiali nelle fibre ottiche con tecnologie di eccellenza che esportiamo in tutto il mondo. Però vedo che ci sono problemi, posizioni diverse su chi e come dovrebbe farla. É un dibattito che dura da tempo, ma non si vedono fatti concreti».
Ma secondo lei quale sarebbe la formula giusta per far finalmente decollare questa rete ad alta velocità? Dovrebbe realizzarla Telecom? I suoi concorrenti? Tutti insieme?
«Davvero non compete a noi, eventuali futuri fornitori di questa infrastruttura che sarebbe utilissima per il Paese, dire chi e come dovrebbe farla. Io posso limitarmi a osservare che, nel campo della trasmissione dell’energia elettrica, la soluzione che si è adottata con la creazione di Terna funziona con soddisfazione di tutti».
La vicenda dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco ha riportato d’attualità un vecchio problema italiano: gli industriali lamentano che al Sud è difficile fare impresa, per l’assenteismo, la conflittualità. Anche voi siete presenti nel Sud. Avete le stesse criticità?
«Delle criticità ci sono. Noi abbiano quattro impianti nel Mezzogiorno, ma tutti di dimensioni molto più piccole di quello della Fiat. Quindi più facilmente gestibili. Spesso è nella grande dimensione politicamente evidente che piccoli gruppi di persone riescono a trascinare tutti gli altri. Nei nostri stabilimenti non succede. Anzi, proprio al Sud, per esempio a Battipaglia dove produciamo le fibre ottiche, o a Napoli dove si fanno cavi sottomarini, abbiamo delle eccellenze tecnologiche dove abbiamo investito negli anni consistenti risorse».

Immagine strip mobile Immagine strip desktop e tablet

Commenti