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Cronaca giudiziaria

Avvelenate dalla ricina. Per tre volte in questura ma Di Vita non è indagato

I dubbi sulla mancata intossicazione del commercialista durante la cena. Lui dice: “Sono serenissimo”. Il movente è forse nelle liti in famiglia e con la moglie

Gianni Di Vita
Gianni Di Vita, padre e marito delle due donne morte a dicembre scorso per avvelenamento da ricina, viene portato in Questura al termine della seconda perquisizione della mattina, nel suo studio di propriet� in via D'Amato a Campobasso, 29 settembre 2026. Il commercialista al momento, non risulta iscritto nel registro degli indagati nell'ambito del fascicolo della Procura di Larino per duplice omicidio. ANSA / Nicola Lanese

Duplice omicidio alla ricina. La polizia a caccia di prove sull’ex sindaco, marito e padre delle due vittime. Altre perquisizioni ieri nei due studi di Gianni Di Vita, il commercialista sposato con Antonella Di Ielsi, 50 anni, e papà di Sara, 15 anni, morte avvelenate a dicembre durante una cena alla vigilia di Natale. Gli uomini della squadra mobile di Campobasso hanno setacciato lo studio di fronte l’abitazione in via Tiberio a Pietracatella e quello nel capoluogo in via D’Amato. Qui gli agenti sono stati più di un’ora, alla presenza del proprietario portato poi in Questura per la notifica delle perquisizioni disposte dalla Procura di Larino. In serata l’uomo si presenta per la terza volta in polizia. «Sono serenissimo e non ho nulla di dichiarare» le poche parole ai cronisti.

L’uomo avrebbe consegnato due computer e un tablet in suo possesso. I nuovi elementi saranno analizzati poi dagli esperti della scientifica. Ma è sulla relazione del Robert Koch Institute di Berlino che ci si aspettano nuovi e fondamentali indizi. Dai primi accertamenti sui 131 elementi repertati in casa Di Vita sono state trovate numerose tracce di ricina. Una storia assurda. Tre persone a tavola su una famiglia di quattro, due muoiono per avvelenamento, una si salva. Di Vita non solo riesce a sopravvivere a quella che sembra solo un’intossicazione, ma è l’unico a non aver assunto il veleno. I sospetti, senza una prova, cadono subito su di lui. Viene interrogata anche un’amica di Alice Di Vita, la figlia 19enne assente alla cena maledetta. La giovane avrebbe ostacolato le indagini che puntano dal primo momento sulle forti tensioni nella famiglia Di Vita. Contrasti negati durante i suoi interrogatori ma smentiti dall’analisi dei cellulari delle vittime e del commercialista sequestrati a maggio, dopo la conferma del centro antiveleni di Pavia. A uccidere Antonella e Sara è stata la proteina killer acquistabile in rete.

Tutto si consuma durante le festività natalizie. Antonella, moglie di Gianni Di Vita, accusa forti dolori dopo il cenone del 24 dicembre. La figlia maggiore è fuori con degli amici. In casa ci sono lei, il marito e l’altra figlia 15enne. I tre mangiano cozze, insalata e salumi. Chi li ha comprati? Di Vita non ricorda. La donna vomita e ha dolori lancinanti all’addome, poi stanno male anche gli altri. Il giorno dopo si presentano al pronto soccorso ma vengono dimessi poche ore dopo: la diagnosi è intossicazione alimentare. Le loro condizioni peggiorano e il 26 dicembre si fanno ricoverare, ma anche questa volta vengono dimessi tutti. Il 27 dicembre la situazione precipita. Sara viene portata per la terza volta in ospedale e morirà il giorno dopo in sala di rianimazione. La mamma dopo nemmeno 24 ore. Gianni Di Vita viene trasportato allo Spallanzani di Roma e si salva. È l’unico a non aver assunto ricina. Si aprono due fascicoli: il primo con cinque medici indagati per omicidio colposo. Il secondo, per il momento contro ignoti, per duplice omicidio volontario premeditato. Il movente? Liberarsi della moglie. Ma perché Di Vita avrebbe dovuto uccidere anche la ragazzina?

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