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Cronaca giudiziaria

La premier: “Regeni, verità senza strappi con l’Egitto”

Meloni conferma la linea: “Rompere i rapporti non aiuta ad avere giustizia”. La sinistra contro Tajani accusato di essere stato troppo cauto sul regime di Al Sisi

Processo per la morte di Giulio Regeni, lettura della sentenza, La madre Paola Deffendi il padre Claudio Regeni la sorella Irene con l’avvocata Alessandra Ballerini — Lunedì 28 Settembre 2026 — Roma—Italia —(foto di Cecilia Fabiano/ LaPresse) Trial for the death of Giulio Regeni: reading of the sentence His mother Paola Deffendi, his father Claudio Regeni, and his sister Irene, with lawyer Alessandra Ballerini.. —Rome — Italy — September 28 , Monday 2026 - News - (photo by Cecilia Fabiano/LaPresse

Da Praga, in visita nella Repubblica ceca, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ribadisce «la vicinanza alla famiglia di Giulio Regeni, alla loro richiesta, che è anche la nostra, di verità e giustizia». E sulla condanna dei sequestratori del ricercatore friulano sottolinea che «non è ancora passata in giudicato. Tutto quanto andrà fatto nei modi e nei tempi in cui sarà necessario. Nella ricerca di verità e giustizia abbiamo sempre utilizzato tutti i canali che avevamo con il Cairo, politici e diplomatici». In nome di una concreta realpolitik dubita «che chiudendo questi canali ci si avvicini ai nostri obiettivi».

La sentenza «a metà» sulla tragica fine di Giulio Regeni ha fatto, inevitabilmente, scoppiare la polemica politica. Da una parte i genitori, gli unici giustificati avendo perso un figlio torturato fino alla morte, e le opposizioni che vogliono rompere con l’Egitto e sparano a palle incatenate. Pochi ricordano che è stato il governo Conte a mantenere le relazioni con il Cairo dopo il brutale assassinio. Dall’altra la prudenza del vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che finisce nel mirino. «Siamo determinatissimi, altro che cauti» nel scovare gli assassini, replica nella serata di ieri. E parla di una «sentenza limitata perché non ci dice chi sono gli assassini di Regeni. Vogliamo che si faccia piena luce, non abbiamo mai mollato». Il governo Meloni si è costituito parte civile nel processo, come i precedenti esecutivi, ottenendo con la sentenza di lunedì il riconoscimento di 150mila euro, rispetto al risarcimento richiesto dall’Avvocatura dello Stato di due milioni. In mezzo la difesa degli imputati «fantasma», che presenteranno ricorso. Il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed, ufficiali della National security egiziana sono stati condannati a 10 anni per sequestro, ma nessuno per l’omicidio, anche se Regeni non è sopravvissuto dopo essere finito fra le grinfie degli aguzzini. Il più alto in grado, il generale Tariq Sabir, è stato assolto per insufficienza di prove. L’impugnazione della sentenza sarà presentata dopo il deposito delle motivazioni, attese entro 90 giorni. Pure la Procura che aveva chiesto pene ben più pesanti (ergastolo per il maggiore Sharif e 17 anni per gli altri tre imputati) potrebbe pensarci, ma la strada del ricorso è in salita. I legali degli imputati, assenti in primo grado, contestano il fatto di non poter impugnare la sentenza senza una procura speciale firmata dagli stessi condannati in primo grado. Le autorità egiziane non hanno mai fornito il domicilio degli ufficiali sotto processo, dove notificare gli atti e ci è voluta una sentenza della Corte costituzionale per mandare avanti il processo. Probabilmente sarà inevitabile una nuova decisione della suprema corte, ma il processo di appello rischia di non cominciare prima di due anni. Il rischio è che si arrivi alla prescrizione previsto per il reato di sequestro dopo 12 anni dai fatti. Regeni è stato ucciso nel 2016.

Il vicepremier Tajani ha dichiarato ieri che «sono colpevoli agenti dei servizi segreti, del sistema di sicurezza. Quando ci sarà una condanna formale dell’Egitto, ne trarremo le conseguenze». E ha aggiunto che bisogna «leggere la sentenza. Un processo è un processo, noi vogliamo sapere chi sono gli assassini di Regeni. Fino ad adesso nessuno è riuscito a dimostrarlo».

Apriti cielo: l’opposizione ha sparato a zero, tutto il giorno, contro il ministro degli Esteri. «Tajani ha perso un’altra occasione per tacere ed evitare imbarazzo al Paese. Dimostra di non aver capito niente della sentenza, che condanna per il sequestro e la tortura di Giulio Regeni tre componenti dell’apparato di sicurezza egiziano - ha dichiarato la segretaria del Pd Elly Schlein -. Nessuno può più negare la responsabilità del regime di Al Sisi». I 5 stelle vogliono chiedere, oggi, attraverso il gruppo The Left «un dibattito straordinario sul caso Regeni da tenersi nella prossima plenaria di Strasburgo».

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