“Altro che criminali”. Era Flavio Stasi, sindaco di centrosinistra di Corigliano-Rossano, a scagliarsi contro il governo Meloni, accusandolo di voler criminalizzare gli agricoltori calabresi e di alimentare sospetti sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nelle proteste. Oggi lo stesso primo cittadino è finito agli arresti domiciliari nell’ambito di una maxioperazione contro la ‘ndrangheta, con l’accusa di scambio elettorale politico-mafioso. Un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro che ha portato all’esecuzione di 41 misure cautelari, 24 in carcere e 17 ai domiciliari, e che coinvolge anche il consigliere comunale Pietro Lucisano. Al centro della posizione di Stasi ci sarebbe un presunto accordo stretto durante la campagna elettorale del 2024: voti in cambio della promessa di posti di lavoro.
A ricostruire i rapporti è l’ordinanza cautelare firmata dal gip di Catanzaro Fabiana Giacchetti, che dedica un intero capitolo alle amministrative del giugno 2024, concluse con la riconferma di Stasi alla guida del Comune. Secondo gli inquirenti, il sindaco avrebbe beneficiato dell’attività di procacciamento dei voti svolta da Annibale Matalone, indicato nell’inchiesta come appartenente alla cosca di ‘ndrangheta operante a Rossano. A fare da intermediario sarebbe stato Vincenzo Curia, incaricato di mettere in contatto il candidato sindaco con Matalone. Il presunto accordo prevedeva il sostegno elettorale in cambio della promessa di assunzioni per Matalone e i suoi familiari presso il Comune, il cimitero o enti collegati all’amministrazione. Tutto comincia il 6 maggio 2024, quando un’intercettazione ambientale registra una conversazione tra Matalone, Curia e Antonio Mingrone all’interno di un ristorante. Manca poco più di un mese alle elezioni.
È Curia, secondo la ricostruzione investigativa, a riferire dell’interesse manifestato da Stasi a entrare in contatto con Matalone. Quest’ultimo si dice disponibile a raccogliere consensi, ma pone una condizione: ottenere garanzie su una possibile sistemazione lavorativa. “Glieli raccogliamo parecchi voti e vediamo se si mette a disposizione, però deve essere sicuro”, dice nel colloquio intercettato. Le richieste riguardano soprattutto il cimitero comunale, dove Matalone vorrebbe ottenere un impiego anche nella prospettiva di favorire successivamente il figlio. Nel corso delle conversazioni emergono inoltre riferimenti a possibili assunzioni presso Ecoross, società operante nel settore dei rifiuti. Gli investigatori ricostruiscono anche i contatti successivi.
Il 16 maggio Matalone telefona a Curia, che lo invita a raggiungerlo nei pressi del comitato elettorale di Stasi, in via Telesio. Le immagini delle telecamere documentano la presenza del sindaco insieme a Curia e, successivamente, un incontro tra quest’ultimo e Matalone. Non viene ripreso un colloquio diretto tra Stasi e il presunto esponente della cosca, ma il gip considera la sequenza un riscontro importante alle conversazioni intercettate. Nell’ordinanza si legge che gli elementi investigativi permettono di affermare la sussistenza della gravità indiziaria nei confronti degli indagati. Secondo il giudice, sarebbe stato proprio Stasi, attraverso Curia, a cercare il contatto con Matalone. Una circostanza interpretata come indicativa della consapevolezza del ruolo che quest’ultimo ricopriva sul territorio e della sua capacità di raccogliere voti. Il 21 maggio Matalone racconta di aver già procurato una ventina di preferenze per Stasi e torna sulle richieste occupazionali, sostenendo di aver domandato al candidato un “occhio di riguardo”.
Le intercettazioni successive, secondo gli investigatori, documentano anche l’attività di propaganda elettorale. Alla vigilia delle votazioni, in un salone di parrucchiere, alcuni presenti raccontano che Matalone aveva invitato a sostenere il sindaco uscente. Il 9 giugno viene intercettato mentre illustra a un interlocutore come votare utilizzando un facsimile della scheda elettorale. L’11 giugno, a elezioni concluse, Matalone torna a parlare dell’impegno profuso durante la campagna elettorale e del fatto che Stasi lo avrebbe “mandato a chiamare”. Per il gip, anche queste dichiarazioni contribuiscono a delineare il presunto patto. L’ipotesi accusatoria riguarda lo scambio di promesse, ritenuto sufficiente dal giudice per configurare il reato di cui all’articolo 416-ter del codice penale. Ed è proprio alla luce di questa ricostruzione che assumono un pedo particolarmente rilevanti le precedenti dichiarazioni pubbliche del sindaco. Quando il Governo aveva sollevato il problema delle possibili infiltrazioni criminali nelle proteste degli agricoltori del Mezzogiorno, Stasi aveva reagito dicendo che “la sequela di dichiarazioni squinternate da parte di ministri ed altri esponenti del governo su presunte infiltrazioni criminali tra gli agricoltori del Mezzogiorno dimostrano il distacco dalla realtà del centrodestra e la totale incapacità di gestire i problemi dei settori produttivi”.
E ancora: “Ho incontrato queste persone in quasi tutti i presidi della Provincia, le ho guardate negli occhi. Altro che criminali: ho visto la disperazione di chi lavora dall’alba e non riesce più a coprire le spese”. Parole accompagnate da un attacco diretto alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al ministro Francesco Lollobrigida e alla Giunta regionale guidata da Roberto Occhiuto. “Gli agricoltori e gli autotrasportatori calabresi non devono dimostrare alcuna innocenza”, sosteneva Stasi, accusando i governi nazionale e regionale di non avere una strategia per affrontare l’aumento dei costi energetici. Ora il sindaco che denunciava una presunta campagna di sospetto contro le infiltrazioni criminali deve rispondere personalmente di un’accusa di voto di scambio politico-mafioso. Un’accusa che il gip ha ritenuto sostenuta da indizi sufficientemente gravi da giustificare gli arresti domiciliari. L’operazione, condotta dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Cosenza, investe un sistema criminale ben più ampio.
Le contestazioni formulate a vario titolo nei confronti degli indagati comprendono associazione mafiosa, omicidio, detenzione e porto di armi, estorsione, rapina, furto, intestazione fittizia di beni, procurata inosservanza di pena e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’inchiesta ricostruisce le attività delle organizzazioni mafiose radicate nella Sibaritide e le loro capacità di condizionamento del territorio, fino ai rapporti con la politica locale. Ora a voler andare fino in fondo è anche la presidente della Commissione antimafia Chiara Colosimo, che “chiederà alla Procura competente di acquisire gli atti dell’inchiesta e seguirà con la massima attenzione gli sviluppi delle indagini. Il contrasto alla criminalità organizzata e l’attenzione alle possibili connessioni con il mondo politico restano, per la Commissione che presiedo, una priorità assoluta per la tutela della legalità e delle istituzioni democratiche”.
