Le analisi sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi e la documentazione richiesta dalla sua difesa tornano al centro degli atti sul delitto di Garlasco. Nella nuova indagine della Procura di Pavia sono confluite sia una risposta della Corte d’Assise di Milano del 2017 sull’accesso ai documenti del Ris, sia le comunicazioni nelle quali il capitano Alberto Marino spiegava perché non fossero stati eseguiti ulteriori test per verificare la natura ematica delle tracce. Due passaggi che riguardano gli accertamenti del 2007 e le modalità con cui i relativi risultati furono messi a disposizione delle parti.
Il primo documento porta la data del 14 settembre 2017 ed è firmato dall’allora presidente della Corte d’Assise di Milano Barbara Bellerio. La difesa di Stasi aveva chiesto atti e documentazione relativi agli accertamenti irripetibili effettuati dal Ris di Parma dieci anni prima. Nel respingere l’istanza, il presidente aveva scritto che quei materiali “non costituiscono ‘atti processuali’ per i quali è necessario un provvedimento giurisdizionale”, richiamando il “rispetto del pieno contraddittorio” nel loro esame e la mancata trasmissione per “ritenuta superfluità”. La risposta conteneva però anche una precisazione: “Tuttavia nulla osta al rilascio delle copie richieste da parte del Ris”. Il rigetto della richiesta rivolta alla Corte, dunque, si accompagnava all’indicazione che il reparto avrebbe potuto consegnare la documentazione. Un passaggio rilevante nella ricostruzione dell’accesso della difesa ai materiali degli accertamenti.
L’altro fronte riguarda le tracce rinvenute sui pedali. In una comunicazione allegata agli atti oggi all’esame degli inquirenti, Marino spiegava che ulteriori analisi per accertare se si trattasse di sangue non erano state effettuate perché “le tracce risultavano troppo esigue”. Era stato inoltre ritenuto che “anche i kit di tipo immunologico, quello denominato Hexagon Obti test comunemente utilizzato presso questo Reparto, non fossero sufficientemente sensibili per l’analisi in questione”.
La scelta descritta dal capitano era stata quindi quella di conservare il materiale per gli accertamenti genetici: “Ogni traccia utile a confermare il risultato già ottenuto dal campione bu_p è stata pertanto preservata per analisi del Dna”. In una successiva comunicazione, datata 26 settembre 2007, Marino scriveva tuttavia che “appare più che ragionevole ritenere che il profilo ottenuto dal campione bu_p, possa ricondursi soltanto a tracce biologiche di natura ematica”. Una valutazione che va letta insieme alle ragioni indicate per la mancata esecuzione degli ulteriori test di conferma.
Sul lavoro svolto all’epoca, Marino è stato sentito dai magistrati il 10 settembre scorso. In quell’occasione ha spiegato che le due analisi successive a quella che aveva rilevato il profilo genetico di Chiara Poggi avevano dato risultati nulli, a suo giudizio privi di informazioni capaci di smentire il precedente esito. Diverso sarebbe stato il rinvenimento di un altro Dna: “Se fosse venuto fuori un altro profilo, allora apriti cielo!”. Il capitano ha inoltre dichiarato di presumere che Luciano Garofano fosse stato informato anche dei test nulli e di non poter escludere di averli mostrati ai consulenti. È anche sulla conoscenza di quei risultati da parte della difesa che si sono concentrate le domande dei pubblici ministeri.
