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Cronaca giudiziaria

Due generali dietro la collina

Da una parte il generale mediatico, Luciano Garofano, l’ex comandante del Ris che si occupò del delitto di Garlasco, riaperto dopo 19 anni. Dall’altra Mario Mori e la via crucis di un servitore dello Stato

Tutti i conti che non tornano nella sentenza Stato-mafia

Sembra un teatrino perché i due protagonisti sono due generali, vittime di copioni opposti. Da una parte il generale mediatico, non Vannacci, ma Luciano Garofano, l’ex comandante del Ris che si occupò del delitto di Garlasco, riaperto dopo 19 anni. Dall’altra Mario Mori e la via crucis di un servitore dello Stato. Due storie che oggi vediamo dopo troppi anni sotto una luce diversa.

La figura di Garofano è legata alle nebbie di Garlasco, rese oggi più fitte dalla procura di Pavia che contesta al Ris di aver omesso prove che potevano scagionare Alberto Stasi. Nessun complotto, molto più ambigua l’indagine d’allora, che pare mossa da una narrazione mediatica che prevale sul metodo scientifico e sulla ricerca della verità. Un eccesso di protagonismo negli anni del culto della polizia scientifica.

All’opposto, la solitudine di Mori. Mentre Garofano cavalcava l’attenzione, lui finiva alla sbarra. L’archiviazione di Caltanissetta, che bolla come depistaggio l’operato dell’ex pm grillino Scarpinato, riapre una ferita: qualcuno ha preferito una narrazione politica alla verità sulle stragi, usando il martirio di Falcone e Borsellino per scopi di parte. Mori è stato il bersaglio di chi lo ha trasformato in un imputato eterno per coprire le falle di un sistema che non ha mai voluto spiegare la verità.

In Italia sbagliare è umano. Ma quando ci si impunta rifiutando di ammettere l’errore per paura di perdere la faccia esce l’Italia peggiore: quella dove la verità è l’ultima a interessare. Ed è per questo che, alla fine, gli italiani non si fidano più.

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