Si accende una speranza per Massimo Bossetti, il muratore di Mapello condannato in via definitiva per l’omicidio di Yara Gambirasio. Perché Bossetti, che dalla sua cella del carcere di Bollate continua a proclamarsi estraneo all’omicidio della 13enne di Brembate di Sopra, scomparsa il 26 novembre 2010 e ritrovata cadavere in un campo di Chignolo d’Isola il 26 febbraio 2011, il prossimo 5 ottobre potrà chiedere al giudice l’autorizzazione a ottenere quello che per la sua difesa è sempre stato un diritto negato: ovvero di procedere a rianalizzare i vestiti di Yara e le tracce biologiche, diventate la prova regina nel processo culminato con la sua condanna all’ergastolo. Una richiesta reiterata diverse volte in questi anni, sulla base del fatto che le analisi scientifiche che collegarono il muratore al dna rilevato sugli slip di Yara furono effettuate come accertamento tecnico irripetibile, in assenza dei consulenti di Bossetti, e alla luce della scoperta, emersa molto tempo dopo la condanna, dell’esistenza di 54 campioni biologici, in cui c’erano tracce miste di vittima e assassino. Ed è proprio su quella che è diventata un’indagine senza precedenti nel mondo dell’investigazione genetica, al punto da fare scuola a livello mondiale, che l’avvocato di Bossetti, Claudio Salvagni, porta avanti la battaglia sulla strada della revisione, appigliandosi alla manomissione dei reperti e al fatto che gli inquirenti avrebbero creato artificialmente in laboratorio la prova genetica che avrebbe incastrato il suo assistito quale responsabile del delitto.
Per individuare l’assassino i genetisti risalirono a ritroso al profilo genetico, prelevando il dna a migliaia di abitanti della zona e, nel luglio del 2011, un tampone salivare portò a una corrispondenza. Dal dna di Damiano Guerinoni, un frequentatore di una discoteca vicina al campo dove fu trovata cadavere Yara, emerse un collegamento per linea paterna con quello dell’omicida. Da lì il cerchio si strinse su Giuseppe Guerinoni, un autista della Val Seriana morto a Gorno nel 1999. Il corpo del defunto venne riesumato e le comparazioni confermarono che era lui il padre di ‘Ignoto 1’. Gli inquirenti ripercorsero allora la vita dell’uomo, individuando tutte le donne che avevano avuto una relazione con Guerinoni e convocandole per il prelievo di un tampone salivare. Tra queste Ester Arzuffi, che dalle analisi risultò essere la madre dell’omicida di Yara.
Il 15 giugno 2014 scattò la trappola: il figlio di Ester, Massimo Bossetti, fu fermato a un finto posto di blocco e con lo stratagemma dell’etilometro gli fu prelevato il profilo biologico. Il codice genetico finì nelle mani del professor Carlo Previderè, il genetista che nella nuova inchiesta su Garlasco ha certificato anche la corrispondenza tra l’aplotipo Y sulle unghie di Chiara Poggi e il dna dell’indagato Andrea Sempio. Previderè confrontò il campione di Ignoto 1 con una traccia estratta dal boccaglio dell’etilometro in cui il muratore aveva soffiato e stabilì una «corrispondenza perfetta» tra il Dna del sospettato e quello trovato sugli slip e sui leggings di Yara. Bossetti fu arrestato il giorno dopo con l’accusa di aver ammazzato la 13enne al culmine di un’aggressione sessuale, seppure l’autopsia non abbia mai accertato lo stupro. E quel dna fu la prova regina che spalancò le porte del carcere al muratore: Previderé, nella sua deposizione al processo, disse che Ester Arzuffi è la madre di Ignoto 1 al 99,9999% e che potrebbe essere scovata «una persona con il Dna di Ignoto 1, in pratica il suo gemello biologico, se ci fossero 330 milioni di miliardi di pianeti popolati di 7 miliardi di abitanti com’è la Terra». Insomma, qualcosa che va oltre l’impossibile. Una manomissione, secondo la difesa del condannato, che ha più volte chiesto nuove analisi genetiche, puntualmente respinte. L’ultimo tentativo nel 2016, quando la Cassazione, in 23 pagine di motivazioni, dichiarò legittimi gli accertamenti irripetibili. Una decisione che, per il team difensivo, si sarebbe basata su dati non corrispondenti al vero, visto che gli inquirenti avevano fatto sapere che tutto il materiale biologico era stato consumato per la mastodontica analisi. Salvo poi scoprire che c’erano ancora 54 provette con tracce miste di vittima e assassino, ma troppo tardi, perché la pm di Bergamo, Letizia Ruggeri, dopo la sentenza di condanna li spostò dal frigorifero dell’ospedale San Raffaele di Milano all’ufficio Corpi di reato del Tribunale, sprovvisto di congelatori per la conservazione a 80 gradi sotto zero. Una scelta che ha portato il magistrato sotto indagine, infine archiviata, e che avrebbe chiuso per sempre la possibilità di procedere a ulteriori analisi sui campioni che, per la difesa, avrebbero potuto dimostrare l’innocenza di Bossetti.
Oggi si è aperto uno spiraglio, con la consegna al penalista di tutta la documentazione fotografica realizzata dal Ris di Parma durante le indagini. E il prossimo 5 ottobre Salvagli, insieme al collega Paolo Camporini, tenterà di convincere i giudici ad autorizzare la ricognizione di reperti e campioni biologici e l’acquisizione della documentazione tecnica per verificare la genuinità dei test.
