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Cronaca giudiziaria

“Era uno scherzo, io ho solo riso”. Dalla Tunisia parla il 20enne rimpatriato per l’aggressione al rabbino

Nato e cresciuto in Italia, oggi chiede di tornarci perché sostiene che non ci fosse odio razziale in quanto accaduto a Milano

Milano, la sinagoga e la fermata della 67 dove è stato aggredito il rabbino Davia Mizrai Shalom
IPA88630290 - MILANO - L'esterno della sinagoga Chabad di via Soderini 3 il cui rabbino, Davia Mizrai Shalom, è stato aggredito il 16 settembre in piazza Bande Nere.

Dalla Tunisia, dove è stato rimpatriato nei giorni scorsi, Battar Zahani chiede di tornare in Italia. Lui è uno dei tre soggetti individuati per aver aggredito rabbino Rav Tzemach Mizrachi, rabbino di Milano a Bande Nere, quartiere periferico di Milano, lo scorso settembre. Era insieme a suo fratello, che è rimasto in Italia, e a un soggetto marocchino, anche lui rimpatriato. Zahani è nato in Italia ma non ha preso la cittadinanza e oggi sostiene che quel giorno stessero solo scherzando.

“Io morirei per l’Italia: è il Paese dove sono nato e cresciuto. Non provo odio né verso Israele né verso la comunità ebraica: era solo uno scherzo. Ora, però, ho paura: non ho fatto nulla e sono stato espulso dal mio Paese”, ha dichiarato al Corriere della sera. “Quando sono arrivato in Tunisia, gli agenti italiani mi hanno lasciato nelle mani della polizia del posto. Non parlo benissimo il tunisino e continuavo a dire che non capivo, anche in inglese. Poi mi hanno lasciato libero. Ho dovuto chiamare mia madre per dirle cosa stava succedendo: nessuno l’aveva avvisata dall’Italia. Quando le ho raccontato tutto è scoppiata a piangere. Non poteva crederci”, ha proseguito. Sostiene di essere stato prelevato da una pattuglia mentre si recava in Questura per adempiere all’obbligo di firma: “Per fortuna avevo con me il bancomat e circa 1.000 euro sul conto. Una volta arrivato qui, non sapevo dove andare. Gli unici parenti che ho in Tunisia sono i miei nonni, ma vivono molto lontano. Sono riuscito ad affittare una casa, ma la mia vita è in Italia”.

Oggi chiede di rientrare perché, dice, il cappello “il nostro amico lo ha preso per scherzo, lo ha indossato e poi restituito. Mio fratello ha dato un calcio alle gambe del rabbino, ma non per fargli male. Io non l’ho toccato: avevo il telefono in mano e stavo facendo un video. Ho solo riso”. Respinge, quindi, qualunque movente di tipo religioso per l’attacco al rabbino, che ammette sia stato colpito da un calcio alle gambe che non si capisce per quale motivo sia stato sferrato da suo fratello, visto che per loro era “solo” uno scherzo. “Io sono nato in Italia, ho studiato lì, la mia famiglia è lì a Codogno. Non odio l’Italia e non la odierò mai. Vorrei solo che venissero viste le telecamere: io avevo il telefono in mano e non ho colpito nessuno”, ha concluso.

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