Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 11:47
Cronaca giudiziaria

La scoperta choc: “Nel vicolo si vede il killer di David Rossi”. E spunta un terzo uomo

Lo ammette al Tg1 Vinci (Fdi). I consulenti: “Temeva per sé ma mai si sarebbe tolto la vita”

Riaperto il caso sulla fine di Rossi: tutti i particolari che non tornano

Finisce in un vicolo cieco l’ipotesi del suicidio di David Rossi, che tanto continua a piacere ai pm di Siena: «Appare tecnicamente e scientificamente insostenibile». «È arrivata la certificazione che spazza via tutti gli elementi che per 13 anni hanno dato una falsa pista», tuona il presidente della commissione d’inchiesta Gianluca Vinci (Fdi). Ma è proprio in quel vicolo dove il manager Mps è precipitato il 6 marzo 2013 e lasciato moribondo per 20 minuti dopo essere stato aggredito, picchiato e spinto giù dalla finestra del suo ufficio - come certifica la simulazione dei Ris - che va cercata la verità su questo omicidio eccellente.

Perché nessuno l’ha soccorso. Chi l’ha impedito? E chi? I suoi assassini, forse? C’è un uomo alto 1,71 che si affaccia mentre Rossi agonizza, parla al telefono. Per Vinci intervistato al Tg1 «è uno dei killer di Rossi, lo identificheremo». Bisognerà aspettare il 12 ottobre per l’analisi dei video di sorveglianza. Potrebbe essere l’ex autista del boss di camorra Michele Senese, Giandavide De Pau, che si era attribuito l’omicidio e che oggi è all’ergastolo per l’omicidio di tre prostitute a Pratidel 17 novembre 2002.

Poi c’è la consulenza tecnica psicologica-forense e di medicina legale dei consulenti di Vinci Robbi Manghi ed Edoardo Genovese sullo stato mentale, emotivo e relazionale dell’ex manager nei giorni precedenti l’omicidio. «Oggi si certifica che la mail del 4 marzo al’ex ad Mps Fabrizio Viola (in cui Rossi chiedeva aiuto e minacciava il suicidio, ndr) è congrua con una persona in difficoltà, non di chi vuole uccidersi».

Tra gli elementi a cui si sono aggrappati i pm per spacciare per suicidio una morte violenta, con ferite e lesioni palesemente incompatibili con una semplice caduta, ci sono i famosi bigliettini stracciati e buttati via e i fazzoletti sporchi di sangue, risalenti almeno «a due-tre giorni prima della morte». David Rossi non era depresso né disturbato, era in uno stato di «marcata allerta e ansia», in pratica aveva paura di qualcosa o di qualcuno: la banca era nel mirino dei pm per alcune operazioni spericolate, lui stesso aveva subito una perquisizione il 19 febbraio. Scriveva di aver fatto «una ca... grossa» e si sentiva minacciato, probabilmente da chi voleva intimidirlo e invece l’ha ammazzato. «Non c’è la prova che quelle siano macchie di sangue e siano sue», sottolineano i consulenti. «David non mi avrebbe mai lasciata provocandomi tanto dolore, non era il suo stile», ricorda la compagna Antonella Tognazzi, che chiede ai pm di riaprire il caso. Rossi voleva persino scrivere un libro, forse su qualche linea di credito concessa allegramente a qualche imprenditore in odore di ‘ndrangheta. È lì che va cercata la verità.