Ci sono parole che arrivano tardi. E poi ci sono parole che arrivano su un foglietto, scritte a mano, lette a voce così bassa che chi era in aula racconta di aver dovuto tendere l’orecchio per afferrarle. Ieri mattina Gianluca Soncin ha scelto questa forma per rompere il silenzio, per la prima volta, davanti ai giudici della Corte d’assise di Milano che lo processano per il femminicidio di Pamela Genini. Uccisa a 29 anni il 14 ottobre di un anno fa, nel suo appartamento di via Iglesias. Settantasei coltellate. Perché lei aveva deciso che era finita e lui non lo accettava.
Le frasi del foglietto hanno la compostezza levigata dei biglietti di condoglianze. «Grande dolore», «profonda tristezza», «il perdono non si può pretendere», «il ricordo di Pamela resterà indelebile nei nostri cuori». E poi la formula finale, quella che chiude ogni pratica: «Mi assumo le mie responsabilità». Nei nostri cuori, scrive. Come se quel dolore fosse una cosa da dividere in parti uguali, un lutto condiviso, un destino capitato a tutti.
La risposta della famiglia non lascia spazio alle sfumature. L’avvocato Nicodemo Gentile, che rappresenta la madre della ragazza, Una Smirnova, le respinge «al mittente»: parole «di plastica», «insignificanti», «molto tardive». E aggiunge l’immagine che smonta ogni retorica del pentimento: le scuse, dice, Soncin avrebbe dovuto accettarle allora, quando era Pamela a chiederle, mentre lui la trascinava per i capelli sul balcone e lei lo implorava di non ucciderla. «Là si doveva fermare». Il legale insinua perfino che quel testo sia stato «scritto da chissà chi». In ogni caso, sostiene, «non ha convinto nessuno».
Gentile annuncia che la parte civile dimostrerà come Pamela, già prima dell’omicidio, vivesse sotto pressione, minacciata con i coltelli. Descrive Soncin come un uomo «corroso dal delirio del possesso e del controllo e dalla gelosia patologica». Ricorda l’«arsenale» trovato in casa sua: una decina di coltelli tra cutter e serramanico, quattro o cinque pistole scacciacani. Parla di «macelleria». E conclude: «Non ha chance».
Nicola, il fratello di Pamela, ieri era in aula, ma ancora non se la sente di parlare. La sua legale, Sara Sontoli, che assiste lui e la sorella Veronica, definisce quelle scuse «inopportune».
