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Cronaca giudiziaria

Papalia, il boss dei misteri: importò la ’ndrangheta a Milano

Calabrese di Platì, ha trascorso in carcere a mezzo secolo. Condannato all’ergastolo per l’omicidio di uno educatore carcerario nel 1990, ha sempre garantito: “Non ho mai fatto male a una mosca”

Papalia

Cinquant’anni passati in carcere, su ottantuno di vita complessiva: basterebbe questo dato a far dubitare che Domenico Papalia, calabrese di Platì, morto ieri all’ospedale San Paolo di Milano, avesse stretto davvero qualche patto sotterraneo con le istituzioni. Perché con lui lo Stato si è dimostrato inflessibile fin quasi all’ultimo, facendolo uscire di cella per motivi di salute solo nel luglio scorso, quando era ormai malato terminale: non proprio un trattamento di favore. Eppure su quest’uomo taciturno e severo, patriarca di una delle famiglie più potenti della ‘ndrangheta sia in Calabria sia al Nord, è aleggiata da sempre l’ombra del mistero. Che ruotava soprattutto a uno degli unici due delitti per cui è stato condannato: l’omicidio dell’educatore carcerario Umberto Mormile, assassinato alle porte di Milano nel 1990. Delitto eseguito da due sicari per ordine, secondo le sentenze, di Papalia e di suo fratello Antonio. Movente mai ben chiarito, tra favori che Mormile avrebbe promesso o rifiutato quando lavorava nel carcere di Opera, dove Papalia era richiuso. Ma dietro, secondo la famiglia di Mormile, c’erano le verità che Mormile avrebbe appreso sui rapporti tra il boss recluso, le istituzioni, i servizi segreti.

«Mere congetture», le ha liquidate l’ultimo processo sul caso Mormile. «Non sono capace di fare male a una mosca - mi aveva scritto nel 2009 -. Non sono mai stato un capo e vengo definito tale per le propalazioni dei pentiti per loro tornaconto». Ma più ancora di negare le accuse si occupava di rivendicare un percorso carcerario di studio e di serietà, la laurea in giurisprudenza. Non ammetteva e non negava l’appartenenza alla ‘ndrangheta, d’altronde portava un cognome che a Platì come a Corsico e Buccinasco - i due comuni dell’hinterland milanese divenuti terra di sbarco e di colonia dei clan - si identifica da sempre con lo strapotere della criminalità organizzata; e per pentiti come Annunziatino Romeo, «suo fratello Antonio era il capo, Domenico Papalia era il cervello». Ed essere stato il «cervello» della ‘ndrangheta al Nord vuol dire portare la responsabilità di quella macchina terribile che produsse la stagione dei sequestri di persona, del narcotraffico, della penetrazione nell’economia pulita. Una espansione avvenuta in buona parte quando «Micu» era ormai detenuto, ma di cui anche dal chiuso della cella era sospettato di tirare le fila.

Suo figlio Pasqualino era morto a Platì, ad appena 19 anni, per un proiettile sparato tra i botti di Capodanno. Domenico aveva donato gli organi, e se fosse tornato a Platì voleva creare una fondazione. A Platì ci tornerà solo ora, in una bara, per dei funerali che si annunciano storici: se non verranno proibiti per motivi di ordine pubblico.

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