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Cronache

Assalti, minacce e un ordigno. Ora la Procura vuole archiviare: Pro Vita si ribella

Minacce e imbrattamenti: “Vendetta transfemminista”, poi il blitz del 25 novembre 2023. Dopo anni di attacchi l’associazione contesta la richiesta dei pm: “Non può finire in un nulla di fatto”

"Uccidi i Pro Vita". L’odio transfemminista in scena a Roma

Anni di scritte, vandalismi e intimidazioni. Poi il salto di qualità del 25 novembre 2023: bottiglie e fumogeni contro la sede, vetrine e saracinesche danneggiate, telecamere messe fuori uso e, il giorno dopo, il ritrovamento all’interno degli uffici di una bottiglia contenente polvere pirica. Adesso, a quasi tre anni di distanza, su quella vicenda rischia di calare il sipario. La Procura di Roma ha infatti chiesto l’archiviazione del procedimento sull’assalto alla sede di Pro Vita & Famiglia. E l’associazione non ci sta. Ha depositato opposizione e chiede al gip di disporre nuove indagini. Perché quella del 25 non fu una fiammata improvvisa. La sede nazionale di Pro Vita, in viale Manzoni a Roma, era già diventata da tempo un bersaglio ricorrente. Nel novembre 2022 venne imbrattata con vernice rossa e manifesti a favore dell’aborto libero proprio nelle ore della manifestazione organizzata da Non Una Di Meno. Nel giugno dell’anno successivo, dopo il Roma Pride, sulle serrande comparvero scritte come “Vendetta transfemminista”, “Aborto libero” e “Fasci appesi”, accompagnate anche dal lancio di uova. E il 2023 fu un susseguirsi di episodi. Il 28 ottobre, durante un corteo pro Palestina, la sede venne nuovamente imbrattata con slogan contro l’associazione e simboli transfemministi. Appena poche settimane dopo, il 14 novembre, un altro blitz colpì le serrande appena ridipinte: Pro Vita parlò allora del terzo attacco in pochi mesi e denunciò una “operazione vandalica seriale e indisturbata”. Mancavano soltanto undici giorni a quello che sarebbe diventato l’episodio più grave. Il 25 novembre dello stesso anno Roma era attraversata dal corteo contro la violenza sulle donne di Non Una Di Meno. Quando una parte dei manifestanti raggiunse la sede di Pro Vita e la situazione degenerò. Documentati lanci di bottiglie e fumogeni contro l’edificio, presidiato dalle forze dell’ordine, e i momenti di tensione con gli agenti in tenuta antisommossa. Il giorno successivo, durante il sopralluogo negli uffici devastati, venne trovata una bottiglia con polvere pirica. Sulla vicenda aprì gli accertamenti la Digos. Ed è proprio qui che oggi si concentra la battaglia di Pro Vita. L’associazione sostiene che nella richiesta di archiviazione, lunga appena una pagina, non verrebbero menzionati alcuni degli elementi che considera centrali: il ritrovamento dell’ordigno, le frasi urlate durante l’azione e le successive rivendicazioni. “La stessa Digos ha parlato di azioni delittuose premeditate per costringere le forze dell’ordine ad abbandonare la protezione della sede”, denuncia Pro Vita. Alcuni gruppi transfemministi, tra i quali Non Una Di Meno, avrebbero inoltre rivendicato pubblicamente sui social quanto realmente accaduto. Una richiesta di archiviazione che pesa ancor di più se si guarda a quello che è successo dopo, perché neppure l’assalto del 25 novembre fermò la sequenza. Nel giugno 2024 Pro Vita denunciò il tredicesimo attacco in meno di tre anni, dopo che la vetrina della sede era stata imbrattata in pieno giorno. Cinque mesi più tardi arrivò un nuovo blitz notturno, con serrande coperte di scritte inneggianti alla “vendetta trans”, serrature sigillate con silicone e catrame e locali resi di fatto inagibili. In quell’occasione l’associazione parlò del quattordicesimo episodio. È questo il contesto che rende difficile liquidare il caso come un semplice episodio di ordine pubblico finito senza conseguenze. Una sede presa di mira ripetutamente e, a distanza di anni, ancora nessun punto fermo sulle responsabilità. “Uno Stato democratico non si può permettere di far passare con un ‘nulla di fatto’ un gesto così violento e plateale”, attacca ora Pro Vita, che ha formalmente chiesto al gip di non chiudere il fascicolo e di ordinare ulteriori accertamenti. L’associazione si rivolge anche al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, chiedendogli di affrontare quello che definisce il “clima di intimidazione e odio”. Adesso la parola passa inevitabilmente al giudice. Ma dopo anni di sedi imbrattate, minacce, danneggiamenti e un assalto finito con il ritrovamento di polvere pirica dentro gli uffici, la domanda posta da Pro Vita è sempre la stessa: possibile che tutto possa concludersi senza individuare alcun responsabile?

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