Milano, Corte d’assise d’appello. Le luci sono le stesse dell’anno scorso, i banchi pure, ma stavolta la sceneggiatura è diversa. Il 25 gennaio 2018 un regionale carico di pendolari deraglia a Pioltello: tre morti, oltre cento feriti, un giunto marcio che nessuno ha voluto vedere. In primo grado la sentenza fu un piccolo terremoto: tutti assolti, tranne uno. Marco Albanesi, capo dei manutentori locali, condannato a 5 anni e 3 mesi, l’unico a pagare per una catena di responsabilità che, a sentire l’accusa, saliva molto più in alto.
Ora la procura generale ci riprova. In appello siedono Maurizio Gentile, ex amministratore delegato di Rfi, i manager Umberto Lebruto e Vincenzo Macello, e Rfi stessa, chiamata a rispondere come persona giuridica. Le richieste sono un copia-incolla di quelle già bocciate in primo grado: 8 anni e 4 mesi per Gentile e Lebruto, 7 anni e 10 mesi per Macello, 900mila euro di sanzione per la società. Per Albanesi, invece, la procura getta la spugna: nessun appello. Lui, dal canto suo, punta al concordato: il suo legale, Giuseppe Alamia, chiede di scendere a 3 anni e 4 mesi.
La sostituta procuratrice generale Olimpia Bossi e la pm Maura Ripamonti che l’inchiesta l’ha firmata fin dall’inizio non usano giri di parole. «Le esigenze economiche hanno prevalso su quelle della sicurezza» dicono in aula. Tradotto: si sapeva. Si sapeva da mesi che quel giunto era da cambiare, si sapeva ad agosto 2017 che la sostituzione era ormai decisa, e nonostante questo si è aspettato il disastro per muoversi.
«Era arcinoto - scandisce Ripamonti - che il giunto fosse ammalorato». La domanda che la procura pone ai giudici è la stessa che si fanno da sette anni i familiari delle vittime: perché non è stato sostituito prima? La risposta di primo grado era stata: colpa di Albanesi, che aveva mezzi e uomini per intervenire e non lo ha fatto. La procura non lo smentisce, ma alza il tiro. Non basta un manutentore lasciato solo con un problema più grande di lui. Bisogna chiedersi chi, sopra di lui, non gli ha messo a disposizione le condizioni per fare il suo lavoro.
E qui la requisitoria si fa quasi un atto d’accusa contro un intero modello aziendale. Rfi, dice la pm, «non era organizzata e strutturata per garantire interventi urgenti sull’infrastruttura». Non c’erano procedure chiare, i manutentori venivano lasciati a se stessi e sopra Pioltello passavano ogni giorno cento treni su una tratta che contava almeno 26 giunti in cattivo stato. Ventisei. Non uno smarrito tra mille, ma un numero che qualcuno, da qualche parte, doveva avere sotto gli occhi in un report.
Il punto più duro arriva quando Ripamonti smonta l’unica difesa possibile per l’azienda: certo, dice, Albanesi avrebbe potuto forzare la mano e sostituire comunque il giunto. Ma come siamo arrivati al punto che un capo manutentori dovesse «forzare la mano» per fare manutenzione? «Ci siamo arrivati perché la società faceva prevalere le esigenze economiche su quelle della sicurezza». Non un errore isolato, insomma. Un sistema che, tra un bilancio e un binario da riparare, ha scelto il bilancio.
