Tutte le verità per Regeni devono venire a galla, non solo quella processuale con la sentenza, senza appello, che ha inchiodato tre aguzzini su quattro del giovane ricercatore friulano con una pena di appena 10 anni. Gli ufficiali dei servizi interni egiziani della National security hanno le mani sporche del sangue di Giulio, ma ci sono altre «verità» sparite dai radar giudiziari. E fin dall’inizio di questo tragico caso, accantonate o sepolte, quasi si trattasse di un depistaggio. Al contrario possono fare luce su un quadro più ampio attorno al terribile omicidio dell’italiano di 28 anni. Il ruolo di Cambridge, che ha mandato Regeni allo sbaraglio al Cairo e quello ancora più ambiguo di tutor e mentori, pro Fratelli musulmani, dell’università. Per non parlare dell’ombra dell’intelligence inglese, dell’Italia e dell’Eni che avevano appena soffiato a Londra il più grande giacimento di gas off shore egiziano. I servizi egiziani erano convinti che Regeni fosse una spia al soldo di chissà chi, cominciando dagli inglesi. Non lo era, ma è caduto in una trappola mortale.
La madre, Paola Deffendi, si è sempre chiesta, di fronte alle insinuazioni su Regeni «come mai Cambridge non dice niente?». Quando è arrivata la terribile notizia «non abbiamo ricevuto né un biglietto, né una rosa da Cambridge». E ancora i genitori si aspettavano «una sollevazione dell’università. È sparito un nostro studente, una collaborazione per cercare Giulio», ma l’ateneo si è chiuso in un silenzio omertoso. Il pm del processo, Sergio Coliaocco, ha escluso, in giugno, il coinvolgimento di Cambridge, ma ci sono troppi tasselli che sollevano almeno forti dubbi. All’inizio dell’inchiesta i docenti coinvolti non volevano neppure parlare con gli inquirenti. La sua tutor, Maha Abderahman, di origini egiziane, innamorata della Primavera araba, che ha spedito Giulio al Cairo, non ha dissipato dubbi e sospetti con la tardiva deposizione in videocollegamento del 2024. La docente aveva affibbiato a Regeni la ricerca sui sindacati degli ambulanti sapendo che fosse terreno minato. Attraverso i suoi contatti Giulio era arrivato a Hoda Kamel, una Ong più volte perquisita dalla polizia. Proprio Kamel aveva introdotto il ricercatore a Mohamed Abdallah, rappresentate dei venditori ambulanti, che per conto della National security ha teso la trappola mortale a Regeni.
Non solo: la mentore di Maha Abderahman, un’altra docente di Cambridge, Anne Alexander, andava in piazza a Londra con i simboli dei Fratelli musulmani per protestare contro la visita del generale-presidente Al Sisi. E gridava che è «un assassino», un «dittatore pazzo». Regeni l’aveva incontrata, prima di partire, ma non è mai stata coinvolta nell’inchiesta. Dopo l’omicidio ha raccolto 5mila firme di accademici, compresi molti italiani. Una petizione non solo sulla fine del ricercatore, che chiedeva di far luce su «tutte le sparizioni forzate, sui casi di tortura e sui decessi nelle carceri del Paese nordafricano nei mesi di gennaio e febbraio 2016». Dopo la sparizione di Regeni arriva al Cairo una delegazione di imprenditori guidata dall’allora ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi. Un puro caso fare ritrovare il corpo proprio durante la visita? Piuttosto che seppellirlo per sempre nel deserto dove non sarebbe mai stato trovato con tutti i segni delle torture. Non a caso la delegazione è tornata a Roma. L’anno prima l’Eni aveva scoperto il più grande giacimento di gas al largo delle coste egiziane. Su Zohr puntavano anche gli inglesi di British Petroleum. Quando Al Sisi è andato a inaugurare l’impianto, un paio d’anni dopo la morte di Regeni, ha dichiarato che l’omicidio era stato commesso «per rovinare i rapporti con l’Italia» e «danneggiare l’Egitto». Poi, rivolto all’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, il presidente gli ha chiesto dandosi la risposta: «Sa perché volevano danneggiare le relazioni fra Egitto e Italia? Affinché non arrivassimo qui».
