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Cronaca giudiziaria

Le due inchieste “parallele” (ma senza un esito unico)

Il dilemma della doppia indagine: una butta fuori strada l’altra. E il rischio abbaglio

La mamma di Chiara Poggi: "Giustizia è stata fatta"

C’è un documento del 24 settembre 2007 che sembra incrinare le nuove, presunte certezze sul giallo infinito di Garlasco. Il professor Francesco Maria Avato, medico legale e consulente di Alberto Stasi, studia gli ultimi lavori del Ris e chiede spiegazione ai militari: non sapeva che gli esami sarebbero andati avanti il 20 e il 21 settembre. Le analisi sono senz’altro le contro analisi, oggi riscoperte dalla Procura di Pavia e dalla difesa di Stasi. Le controanalisi che smontavano, secondo questa ricostruzione, non solo la presenza di sangue ma anche del Dna di Chiara sui pedali della bici di Alberto.

Insomma, queste ricerche furono effettuate così in segreto che tre giorni dopo sembra affiorarne traccia sul computer di Avato. Vero però che poi non se ne parla più per diciannove anni. Qualche giornale, preso dalla foga, scrive che il Ris falsificò le prove.

Non è vero, semmai fu un’omissione, comunque cosa gravissima, ma in attesa di chiarire la storia in quel mare di carte e faldoni, si possono avanzare diverse ipotesi: appunto quella dolosa del giocare a nascondino con la verità, per incastrare il fidanzato di Chiara. Ma anche quella della sottovalutazione; o, forse, i genetisti ritenevano quelle estrazioni - come vengono chiamate in gergo - non affidabili perché in qualche modo portate a termine con materiale, diciamo così, di risulta.

Certo, l’accusa piazza un freccia avvelenata nel giorno della chiusura delle indagini su Sempio e ottiene un successo mediatico clamoroso, che irrobustisce le convinzioni granitiche del primo partito italiano: quello di chi crede nell’innocenza di Stasi. È curioso che tutto questo emerga appunto il giorno della fine dell’indagine su Sempio.

Sono due inchieste che non si toccano, ma in realtà una butta fuori strada l’altra. Così si sottolineano, giustamente, le prove che sarebbero state taroccate per mettere all’angolo Stasi e questo ragionamento diventa fatalmente la premessa di un imminente atto d’accusa contro Sempio.

Vedremo con calma tutti gli elementi raccolti: ancora una volta non pare esserci una tessera decisiva che possa portare alla ragionevole colpevolezza di Sempio. Se il movente del delitto è la testa di Sempio, l’analisi del professor Catanesi si arena sul più bello. L’indagato non ne vuol sapere di conversare con il luminare, la tesi della procura resta, almeno per ora, una teoria.

Insomma, siamo alla solita giostra di perizie e consulenze che si accumulano le une sulle altre. La procura segna un punto, resta da capire cosa farà la Procura generale di Milano a proposito della revisione per Alberto Stasi. La sponsorizzerà e busserà alle porte della corte d’appello di Brescia?

E forse oggi la domanda più importante e urgente, ancora di più dopo l’uscita delle carte «coperte», sbucate dal letargo in extremis dopo diciannove anni. Davvero il Ris sapeva e tacque? Certo, proprio il 24 settembre 2007 Stasi viene fermato perché il Dna sui pedali lo inchioda «oltre ogni ragionevole dubbio».

D’altra parte cominciano a essere un po’ troppi i partecipanti alla congiura ordita per colpire Stasi e in parallelo per salvare Sempio: l’allora capitano Gennaro Cassese nel 2007 e altri investigatori dieci anni dopo, nel 2017. Senza contare il procuratore Mario Venditti, sospettato e poi prosciolto.

Nel 2009 anche il perito del giudice Vitelli arriva alla conclusione che almeno su un pedale della bicicletta c’era il Dna di Chiara: anche lui fu ingannato?