Quasi 2.300 medaglie d’oro e oltre mezzo milione di dollari in premi. È il bilancio reso noto in un report del think tank conservatore statunitense Concerned Women for America sui risultati ottenuti negli ultimi quarant’anni dalle atlete transgender nelle competizioni femminili.
Secondo quanto riportato dal New York Post, dal periodo a cavallo della metà degli anni Ottanta le atlete che gareggiano in categorie non corrispondenti al sesso di nascita avrebbero sottratto alle donne biologiche 2.293 piazzamenti da campionesse. Il rapporto sostiene inoltre che le atlete transgender nate maschi avrebbero intascato 501.498 dollari in premi destinati alle competizioni professionistiche femminili.
“Gli uomini biologici hanno vantaggi evidenti rispetto alle donne biologiche. Questa realtà non soltanto mette le donne in pericolo, ma elimina anche le opportunità per le donne biologiche di guadagnarsi da vivere e vincere le competizioni”, ha dichiarato Penny Nance, presidente e amministratore delegato di Concerned Women for America LAC: “Quante altre donne e ragazze dovranno essere costrette a competere su un terreno impari? È arrivato il momento di porre fine a questa ingiustizia intrinseca e proteggere lo sport femminile”.
Per realizzare il rapporto, il think tank ha analizzato i dati raccolti da HeCheated.org, un database online gestito da volontari che documenta i casi di atlete transgender impegnate nelle competizioni sportive femminili. Complessivamente, secondo l’analisi, le partecipazioni sarebbero state oltre 14.301 tra eventi dilettantistici e professionistici.
Concerned Women for America ha quindi chiesto al Congresso di approvare il Protection of Women and Girls in Sports Act, la proposta che impedirebbe alle atlete transgender di partecipare alle squadre sportive femminili nelle scuole americane. Il provvedimento era passato di misura alla Camera nel gennaio 2025, per poi fermarsi al Senato. Proprio mercoledì la commissione Giustizia del Senato ha tenuto un’audizione dal titolo “In difesa delle donne nello sport: garantire opportunità, equità e sicurezza alle atlete”, dedicata al tema delle opportunità, della correttezza e della sicurezza nello sport femminile.
La questione aveva già riacceso le polemiche a luglio, quando Sophie Cunningham, giocatrice delle Indiana Fever nella Wnba, aveva dichiarato che le donne “non dovrebbero essere costrette a competere contro uomini biologici” sul campo. La Cunningham aveva poi raccontato a Espn di essere stata accusata di ostilità nei confronti delle persone transgender: “Ho ricevuto moltissime critiche perché mi accusavano di odiare le persone trans. E io ho risposto: ‘Non l’ho mai detto’”. E ancora: “Credo di essere qui per offrire amore. Ma penso anche che insieme all’amore ci debbano essere la verità e l’onestà. E voglio proteggere le ragazze negli spogliatoi o nello sport, ragazze che non dovrebbero essere costrette a competere contro uomini biologici”.
A maggio aveva scatenato proteste anche il caso di AB Hernandez, atleta transgender delle scuole superiori nata maschio, che aveva ottenuto ottimi risultati in diverse gare femminili di atletica durante una competizione regionale in California. All’esterno dell’impianto della Yorba Linda High School si era quindi tenuta una manifestazione “Salviamo lo sport femminile”, guidata dall’ex atleta Ncaa Sophia Lorey. Durante la protesta, uno dei presenti aveva accusato il governatore della California Gavin Newsom di aver abbandonato le atlete, gridando che “le ragazze sono minacciate”.
Una polemica che negli Stati Uniti continua dunque a intrecciare sport e politica e che ora torna al centro del dibattito dopo la pubblicazione dei numeri raccolti da Concerned Women for America.
